Risorgimento e piombo, la fonderia di Enrico Serpieri

Fluminimaggiore. Poche mura e cumuli di scorie ancora testimoniano la presenza dell’opificio ottocentesco

di Federico Matta

La vegetazione, cresciuta rigogliosa intorno, non è riuscita a prevalere su quei grandi cumuli di scorie di color scuro. Così come i rovi, che sembrano proteggere quel che resta di un grande opificio, ubicato poco distante dal rio Mannu. Sono le poche testimonianze di un passato industriale, che ha segnato la storia di Fluminimaggiore. Un passato caratterizzato in particolar modo dall’attività mineraria, ma anche di tante innovazioni, apportate alle successive lavorazioni degli ossidi di piombo, zinco e ferro. La storia che raccontiamo ai lettori in questo numero del nostro settimanale è quella della storica fonderia di Fluminimaggiore. Ci troviamo nella seconda metà del 1800. Enrico Serpieri, industriale e politico riminese, dopo un passato burrascoso da attivista, nei giovani patrioti della Legione Pallade prima, nella Giovane Italia poi e infine, nella Legione Italica, decide di approdare nel 1850 in Sardegna, per sfruttare i giacimenti metalliferi, dopo aver ottenuto l’amnistia da Pio IX, in seguito a una condanna al carcere a vita, che si procurò dopo un decennio di scontri con la polizia papalina. Dapprima investì considerevoli quattrini, riprendendo le coltivazioni di galena argentifera nell’antica miniera di Gibbas, presso Villaputzu. Come imprenditore minerario, non ebbe tanta fortuna e nel 1855, dopo che un’alluvione allagò i diversi livelli della miniera, fu costretto alla chiusura. Sempre in quegli anni, ebbe però la brillante intuizione, che per produrre il piombo e gli altri metalli, non era necessario scavare altre gallerie. Ma si potevano ritrattare i resti delle antiche lavorazioni dei minerali, risalenti all’epoca romana, pisana e spagnola, presenti soprattutto nelle discariche del Sulcis Iglesiente. E così dopo l’avviamento di una fonderia nelle campagne di Domusnovas, decise nel 1861 di costruirne una anche a Fluminimaggiore, assieme ai figli Attilio e Cinabro. L’opificio fu edificato in poco tempo nella località Men’e Ferru. L’impianto industriale era costituito da quattro forni fusori, alimentati da quattro enormi mantici, che a loro volta erano attivati dalla forza dell’acqua proveniente dal vicino rio Mannu. Il carbone vegetale per incrementare la combustione nei forni, non mancava di certo, grazie alle folte foreste presenti nel territorio. Così come i resti delle antiche fusioni, che furono prelevate dai siti minerari di Grugua, Arenas, Piscina Morta, Gutturu Pala e Cracciadasa. L’ultimo investimento del Serpieri si rivelò presto alquanto vantaggioso. Soltanto nel primo anno di attività, infatti, si riuscì a produrre decine di tonnellate di piombo e circa 900 grammi di puro argento. La produzione massima si raggiunse nel secondo biennio, con 149 mila e 439 tonnellate di scorie trattate, dalle quali si riuscì a ottenere 12 mila quintali di piombo, dai quali l’azienda riuscì a ricavare 604 mila e 852 lire. Nella fonderia lavoravano una settantina di operai, tra uomini, donne e giovani ragazzi. La giornata lavorativa era di 12 ore. Le donne e i ragazzi avevano una remunerazione di 1 lira e 20 centesimi, mentre i fonditori, una paga di 2 lire e 75 centesimi. La produttività dell’opificio di Flumini fece diventare l’imprenditore riminese il maggiore produttore ed esportatore di piombo in Sardegna. In quegli anni, circa il 58% del piombo sardo fu prodotto da Serpieri. La maggior parte del prodotto venne esportata e commerciata in Francia, complice uno dei soci di affari della famiglia Serpieri, un certo Bouquet. L’eldorado industriale di Fluminimaggiore, durò poco più di un decennio. La fusione delle antiche scorie di trattamento della galena argentifera e del ferro, si mostrò all’improvviso non più conveniente. Attilio e Cinabro, poi, furono colpiti dalla malaria, anche se si racconta che morirono nel paese minerario, in seguito al continuo inspirare dei fumi prodotti dal processo di fusione del materiale. Di questo fatto, però, non si hanno notizie certe. Enrico Serpieri, invece, morì a Cagliari nel 1872, all’età di 63 anni. Col passare degli anni e con l’estensione dell’abitato del paese, le case si sono fatte largo sull’area dell’ex sito industriale. Della fonderia è rimasto il nome, Sa Fundaria, in fluminese stretto, che è in seguito diventata la denominazione del rione della periferia del paese. Poi un tratto del muro perimetrale dello stabile, che resiste alle intemperie e quei grandi cumuli dei residui di lavorazione, che nessuno vuole rimuovere, quasi per preservare la memoria storica della vecchia Fonderia Serpieri.

 

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