Autismo, in Italia un caso ogni 87 bambini

A lanciare l’allarme, nel convegno per il 50° dell’Istituto di Ortofonologia, Filippo Muratori, professore di neuropsichiatria infantile all’Università di Pisa

di Manolo Mureddu

“In Italia almeno 1 bambino su 87 soffre di autismo”, a lanciare l’allarme, in apertura della terza giornata del convegno che celebra mezzo secolo dell’IDO (Istituto Di Ortofonologia), è stato Filippo Muratori, professore di neuropsichiatria infantile presso l’Università di Pisa e direttore dell’unità operativa di psichiatria dello sviluppo del dipartimento di neuroscienze dell’eta’ evolutiva dell’IRCCS, “Stella Maris”. “Il bambino autistico”, ha spiegato Muratori, ”è un po’ come un migrante che arriva in un mondo di cui non conosce bene le regole. Negli ultimi tempi siamo passati dal parlarne solo come disturbo e malattia, a parlare dell’autismo come condizione”.
“La forte incidenza dell’autismo dimostra che questa condizione – ha sottolineato Muratori – è un qualcosa che può riguardare l’essere umano e in alcuni bambini può diventare un problema perché si ritrovano in un mondo che non è costruito attorno alle loro modalità speciali di funzionamento. Chi si è cimentato con i bambini autistici si è spesso confrontato con l’idea che non abbiano interesse sociale, però questa è una modalità che va superata, afferma il neuropsichiatra. Bisogna, invece, andare a vedere quelle che sono le particolari modalità con cui il bambino cerca di stabilire una relazione sociale. In questo senso il programma europeo EU-AIMS (Autism Research for Europe) – ha rimarcato l’esperto – ha l’obiettivo di cambiare la visione dell’autismo all’interno della società, considerandolo un modo diverso di stare al mondo e di stabilire relazioni sociali. Il programma mira a far rispettare e umanizzare gli interventi che mettiamo in atto con i bambini autistici”.
Nello stesso convegno è intervenuta anche Magda Di Renzo, responsabile del servizio terapie dell’IDO, la quale ha illustrato la visione psicodinamica alla base del modello terapeutico DERBBI – Developmental, Emotional Regulation and Body-Based Intervention, denominato “progetto Tartaruga”, partendo dagli anni ’70. “Allora lo psichiatra Michael Fordham affermava che per i bambini con disturbi dello spettro autistico serviva un approccio speciale, che sapesse coniugare una visione psicodinamica alla possibilità di trovare agganci e usare strumenti comprensibili per il bambino stesso. La visione psicodinamica ci aiuta a comprendere il funzionamento di questi bambini, che hanno una grande carenza nel costruire la teoria della mente (attribuire stati mentali a sé stessi e agli altri). Ci aiuta, quindi, a capire come funziona una mente atipica, diversa da quella che siamo soliti immaginare”. Ragion per cui, ha spiegato la dottoressa, “gli operatori devono avere una ‘teoria della mente’ solida e il più possibile variegata, che consenta loro di costruire un senso, per attribuire significato al comportamento dell’altro. Da qui è iniziato un percorso nel quale ci siamo interrogati su cosa fosse primario: ossia quello che viene prima, ovvero la vita che incontriamo dal primo giorno di esistenza. Nell’autismo ci troviamo di fronte a un disturbo complesso, di cui vediamo le caratteristiche fin dal primo giorno di vita. Noi operatori perciò dobbiamo aiutare il piccolo a uscire dalle sue idiosincrasie senza violare il suo sé. Oggi sappiamo – ha proseguito Di Renzo – che le protoconversazioni (i primi scambi madre-figlio) nell’autismo si impoveriscono, e non perché la mamma non sia in grado di sostenerle, ma perché viene a mancare la reciprocità. Al caregiver primario non arrivano i segnali. Il nostro modello lavora sul come entrare in questo mondo sensoriale poiché siamo in presenza di ipo-sensorialità o iper-sensorialità, nel senso che nello stesso bambino in momenti diversi ci possono essere risposte iper-sensoriali o ipo-sensoriali e dobbiamo essere attenti nel cercare di decifrarle. Oggi – ha insistito l’esperta nel suo intervento – sappiamo quanto sia fondamentale che nel bambino ci sia la capacità di riparare qualcosa che non è andato. Nei primi anni di vita è necessario che la madre attribuisca al figlio un’intenzione, per iniziare quel dialogo di sperimentazione che è ciò che naturalmente le mamme fanno: il ‘penso cosa pensi’ permette tutte le trasformazioni”. Per favorire la reale comprensione di queste dinamiche ha concluso Di Renzo: “I nostri operatori vanno nei luoghi in cui il bambino vive e manifesta la sua vitalità, proprio per comprenderne il significato e aiutarlo a ripartire nel suo percorso individuale, ma non necessariamente da quell’unico che può essere immaginato per lui”

 

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