Sant’Angelo, viaggio tra ricordi e rimpianti

Fluminimaggiore. La storia del borgo montano racconta un passato di ricchezza e occasioni perdute

di Federico Matta

Una brezza gelida, a tratti intiepidita da qualche raggio di sole, soffia incessantemente sui monti attorno all’abitato di Sant’Angelo. Le intemperie, comunque, non m’impediscono di visitare il borgo montano. La prima tappa è a Villa Alice, ubicata alla fine dell’ampio piazzale sterrato che costeggia lo storico bar botteghino della famiglia Gioi. La casa padronale della vecchia fattoria giace in uno stato di abbandono e il degrado, rende impossibile la mia visita all’interno. Nell’ingresso principale, due antichi cannoni spagnoli, sembrano lo stesso voler far la guardia allo stabile. Anche se impotenti, visto che i rovi e l’edera, hanno completamente ostruito il portone di accesso. Nel cortile interno alla villa, lo scenario che mi si presenta non è migliore di quello precedente. Sopra l’ingresso secondario, però, resiste ancora la scritta “Villa Alice 1914”. Con molta probabilità a quell’anno risale la costruzione dell’immobile. Al centro del cortile, sembra resistere all’incuria anche il busto del re Vittorio Emanuele III. Ma il resto, ovvero, le vecchie scuderie e le cantine, sono ormai crollate e nel patio le erbacce occupano ogni centimetro. A salvarsi dal degrado a Sant’Angelo, sono solo le case di chi ha deciso, nonostante tutto, di continuare a vivere nella borgata. La visita diventa più angosciante, se penso come fosse meravigliosa la vita un tempo, prima dello spopolamento, quando tra quelle montagne l’attività agricola e zootecnica era florida e in quelle case abitavano parecchie famiglie.
La storia del borgo di Sant’Angelo nasce nei primi anni del 1700, contemporaneamente alla rifondazione del paese di Flumini Major, oggi Fluminimaggiore. La chiesa campestre, dedicata agli angeli custodi, fu costruita nel 1734. Intorno al 1860, si sviluppò su quelle montagne la proficua attività degli imprenditori livornesi Emanuele e Flaminio Modigliani, rispettivamente nonno e padre del pittore Amedeo, che sfruttando le rigogliose foreste, producevano ogni giorno tonnellate di carbone da destinare alle industrie del Nord Italia. In poco tempo la famiglia Modigliani sradicò un’immensa foresta centenaria di lecci e sughere, che partendo dalla miniera di Acquaresi, si estendeva per 1300 ettari sino alle campagne di Baueddu. Quelle colline furono trasformate in fertili pascoli. Sul finire del 1800 quell’immensa proprietà passò nelle mani della famiglia di Paolo Boldetti, che modernizzò profondamente l’azienda estesa fin a Grugua, per poi arrivare alla società Istituto Fondi Rustici, che la trasformò nella più grande azienda agricola e zootecnica presente sul territorio italiano. Ma il periodo più prospero Sant’Angelo lo conobbe nei primi anni ‘50 del secolo scorso. Nel mentre all’Istituto Fondi Rustici subentrò la Bonifiche Santa Vittoria. Una società per azioni, costituita da appartenenti ai nobili casati torinesi, Casana, Scarfiotti, Leopardi e Thaon di Revel. Giusto per capire chi fossero i nuovi proprietari della grande società agricola, basta prendere come esempio la famiglia Scarfiotti, che vantava tra i rampolli Ludovico, pilota della Formula 1. Ludovico Scarfiotti rimane tutt’oggi l’ultimo italiano vincitore del Gran Premio d’Italia, grazie a una straordinaria vittoria centrata a Monza nel 1966. Oppure la famiglia Thaon di Revel. Paolo Ignazio Maria fu, dal 1935 al 1943, ministro del tesoro nel Governo Mussolini. Durante il suo mandato al Dicastero ideò l’Imposta generale sull’entrata (IGE), in seguito sostituita con l’Imposta sul valore aggiunto (IVA). I Thaon di Revel erano anche discendenti del primo carabiniere.
Nel 1952 Sant’Angelo fu interessato da uno straordinario progetto di sviluppo turistico ed economico. Gli immobiliaristi milanesi Cappa – Bava, costituirono la SAIA, società che edificò il primo albergo del borgo montano. In poco tempo, furono costruite pure 7 grandi ville. Si tentò di realizzare, insomma, un piano di sviluppo turistico, che come ricorda lo storico Bruno Murtas nel nono volume della collana Quaderni di Storia Fluminese, “fu attuato dieci anni prima che il principe ismailita Karim Aga Khan decidesse di investire sulla rinomata Costa Smeralda”. Da allora le famiglie torinesi di sangue blu, passarono le vacanze estive ogni anno nel borgo montano, ospitando facoltosi amici. La Santa Vittoria, poi, arrivò a immatricolare tra i registri dell’abigeato oltre 6 mila capi di bestiame, vantando parecchi utili di bilancio. La SpA, inoltre, dava lavoro a decine di famiglie, che risiedevano negli alloggi attorno alla Villa Alice. Fu aperta anche una sede della scuola elementare. La vita tranquilla nel villaggio agricolo, però, si interruppe inaspettatamente nell’agosto del ’79. I fratelli torinesi Giorgio e Marina Casana, nipoti del barone Pietro Casana, caddero all’improvviso nelle mani dell’Anonima sarda, mentre si trovavano nella vicina costa di Capo Pecora. Rimasero ostaggi dei rapitori 60 giorni e furono liberati dopo il pagamento di 500 milioni di lire. Da quel giorno iniziò il declino di tutte le attività economiche, che ruotavano attorno alla frazione montana di Fluminimaggiore. Le nobili famiglie, per paura di nuovi rapimenti, abbandonarono per sempre la meta delle loro vacanze. La Bonifiche Santa Vittoria fu messa in liquidazione qualche anno dopo. Il vasto territorio, fu venduto a metà degli anni ‘80 alla Regione Sardegna e il nucleo abitativo, parte ai privati e parte alla società Monte dei Pascoli. Quest’ultima negli anni ‘90 ha realizzato un nuovo grande hotel da 400 posti letto. L’iniziativa imprenditoriale, però, è presto fallita e ora l’edificio ospita un Centro migranti. Il vecchio albergo della SAIA, invece, è anche quello avvolto dal degrado. Così come stanno finendo in macerie le ville delle famiglie Scarfiotti e Thaon di Revel, dove termina la mia passeggiata.
Tutto quello che appare ai miei occhi è desolante. Eppure, anche se ora può sembrare irreale, questo antico borgo settecentesco era un tempo il paradiso degli aristocratici del Nord Italia, che amavano soggiornare in questo angolo della Sardegna.

 

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