In morte della donna oggetto

Società. Alle origini del femminicidio: nel 2021 si è arrivati già al numero di 15 donne vittime della violenza maschile

di Giulia Loi

femminicidio (feminicidio), s. m. Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale. Questa è la definizione che dà il vocabolario Treccani online di una parola che sempre più spesso sentiamo tra i vari media. A lungo si è discusso – e ancora si discute – sull’esigenza di adottare un termine nuovo, diverso, per definire “l’omicidio di una donna”. Ma come abbiamo appena visto, la definizione non si limita solo a questo. Ben diversa è infatti l’uccisione di una donna per mezzo di incidente stradale, o per una rapina. Non avrebbe senso parlare di femminicidio in questi casi; ma se la motivazione è data dal possesso, da una idea patriarcale di potere dell’uomo sulla donna, allora la parola diventa necessaria. Una premessa lecita per esporre dei dati preoccupanti dall’inizio di questo 2021: alla soglia dell’8 marzo, della “Festa della donna”, sono state uccise 14 donne con le “motivazioni”, se così si possono definire, più disparate. Una delle ultime è Clara Ceccarelli, 70 anni, che è stata uccisa dall’ex compagno. La donna aveva anticipatamente pagato il proprio funerale, aveva contattato anche un tutore per l’assistenza al figlio disabile e del padre malato. Clara Ceccarelli in poche parole si era arresa: aveva chiesto aiuto ma sapeva di non poterlo ottenere, sapeva che l’ex compagno prima o poi avrebbe posto fine alla sua vita e si era preparata al peggio. A Trento, Deborah Saltori è stata uccisa a colpi d’accetta. L’assassino, il marito Lorenzo Cattoni, era già agli arresti domiciliari per le continue violenze nei suoi confronti; avevano quattro figli. Il 24 gennaio è morta Roberta Siragusa, uccisa dall’ex-fidanzato. Lei aveva 17 anni e lui 19. Ecco tre storie che riportiamo come esempio che dimostrano che nonostante siano differenti diversi fattori, dalla zona geografica all’età delle vittime, c’è un filo conduttore che le lega tutte: sono donne che spesso non sono state aiutate, uccise dagli eredi di una società che ancora non ha capito che l’educazione delle persone alla parità tra i sessi – di tutti, uomini e donne – comincia da quando si è bambini, che il rispetto vale per tutti, che le donne non sono inferiori né tantomeno delle proprietà. E insieme all’educazione che parte dalle famiglie bisognerebbe intervenire nella scuola, nella politica e nelle leggi, perché l’omicidio finale è solo il triste epilogo di un insieme di violenze perpetrate nel tempo, non solo la più conosciuta violenza domestica, ma anche quella psicologica ed economica. Ascoltare e accogliere con coscienza le denunce delle donne, implicite ed esplicite, è un primo passo per evitare simili tragedie.

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