Iglesias al tempo del coronavirus

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In giro tra i negozi della comunità cinese dopo l’arrivo del Covid-19 in Italia, in farmacia esauriti disinfettanti e mascherine

di Giulia Loi

È della settimana scorsa la notizia del pranzo solidale che la sindaca di Carbonia Paola Massidda, insieme a tutta la giunta comunale, ha voluto consumare al ristorante cinese “Origami” di Carbonia per andare contro la psicosi infondata sul coronavirus, che ha portato disagi anche ad altri esercizi commerciali e costretto al licenziamento di tre dipendenti per i pochi introiti. Un’altra cena solidale è stata organizzata dall’associazione “Cinapiuvicina” in un ristorante cinese di Quartu il 12 febbraio, e a cui ha partecipato anche il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu.
Ma qual è la situazione nelle città della nostra diocesi? A Iglesias la comunità cinese con le relative attività commerciali è presente fin dai primi anni Duemila, e abbiamo chiesto nei vari esercizi se la paura del contagio abbia portato le persone a non frequentare più i negozi e di conseguenza se abbia causato danni alle vendite e ai lavoratori. In linea generale, premettono i venditori, le vendite di febbraio normalmente si abbassano ogni anno. “Febbraio è un mese più calmo per le vendite, perché alla fine dei saldi e prima della stagione primaverile ci sono meno acquisti” ci spiega la titolare di un negozio di abbigliamento. Confermano la teoria anche i titolari di altri negozi, anche se Giacomo Wen, dello store “Hong Kong”, testimonia un effettivo abbassamento delle vendite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quindi probabilmente dovuto a pregiudizio e paura. “Entrano meno clienti, è vero” ci dice la proprietaria di un altro negozio, e ci segnala un episodio accaduto fuori dalla sua attività commerciale che, più per la psicosi, sembra sia dovuto alla maleducazione “ma non solo, proprio stamattina ho ricevuto degli insulti da parte di due ragazzini, che avranno avuto tra i diciassette e i diciotto anni, a proposito del virus. Non ho risposto, cosa potevo fare?”. Ma a parte la scortesia di alcuni, ci sono anche episodi di solidarietà: “Io faccio colazione tutte le mattine nello stesso bar” ci dice il dipendente di un altro negozio di abbigliamento “e spesso parliamo dei pregiudizi che hanno molte persone, o degli episodi di razzismo che ci sono stati nel resto d’Italia. Il virus può colpire tutti, e se io non sono stato in Cina negli ultimi tempi cosa c’è da avere paura? Non dipende dalla nazionalità, ma dagli spostamenti”. Per quanto riguarda lo stesso negozio, le vendite sembrano essere leggermente calate. “Abbiamo aperto da poco più di un anno” ci spiega sempre lo stesso intervistato “e non saprei rilevare una differenza fra il febbraio dello scorso anno e questo, ma rispetto allo scorso gennaio abbiamo venduto meno”.
Ci siamo anche rivolti ai locali che offrono cibo asiatico, per lo più sushi, che pur essendo una pietanza giapponese viene spesso confusa con cibo cinese, complice anche la poca informazione sull’argomento. Anche per i ristoranti febbraio è un mese tranquillo: “sono appena passate le feste natalizie e San Valentino, perciò sia per motivi economici che per il volersi mantenere in forma le persone non vengono spesso a mangiare in questo periodo, ma nei fine settimana siamo sempre pieni” ci spiegano i dipendenti di uno dei ristoranti. “Io ho notato meno clienti”, ci confida un dipendente dell’altro ristorante, “ma in parte posso anche capirlo. Certo, le persone sbagliano a non informarsi, ma penso che sia anche colpa dell’allarmismo che creano i media sull’argomento”.
Insomma, complice anche il periodo che è normalmente calmo per le vendite di abbigliamento e per la ristorazione, un calo c’è stato. Altre paure, tuttavia, si sono manifestate a cavallo tra venerdì 21 e sabato 22 febbraio. È di venerdì infatti la notizia dei primi casi accertati in Italia, mentre sabato il sospetto di un’infezione al pronto soccorso dell’ospedale Sirai di Carbonia, per fortuna rientrato nel corso della serata, ha fatto rimandare, per precauzione, la sfilata di carnevale prevista a San Giovanni Suergiu quello stesso pomeriggio; in altre città, come ad esempio Carbonia e Iglesias, le sfilate si sono svolte regolarmente e senza particolari paure nel fine settimana.
Una cosa è certa, però, sono andate a ruba le mascherine e le confezioni da viaggio di disinfettante per le mani, in particolare quelle di una nota marca. Abbiamo chiesto alle farmacie di Iglesias quanto gli abitanti stiano cercando di proteggersi, e nella giornata di lunedì 24 risultava tutto esaurito, comprese le riserve dei magazzini: “Abbiamo terminato il disinfettante, è rimasta solo una versione più blanda” ci spiega ad esempio Manuela Ghisu, titolare della farmacia Caddeo a Col di Lana “le mascherine le abbiamo finite già da tempo”, aggiungendo che quando il contagio si è diffuso in Estremo Oriente, qualche cinese residente in città le ha comprate per spedirle ai propri parenti in patria. Due farmacie in centro ci spiegano invece che le mascherine sono terminate proprio tra venerdì e sabato, quando è arrivata la notizia dei primi casi accertati in Lombardia e soprattutto del caso, poi rivelatosi un falso allarme, a Carbonia. Dipendenti e proprietari di altre farmacie ci spiegano che soprattutto chi viaggia ha acquistato disinfettanti ben prima della notizia dei primi contagi in Italia. Al momento, dato che i disinfettanti da viaggio sono terminati quasi ovunque, si ripiega sull’acquisto di disinfettanti generici o salviette. “Noi cerchiamo di rassicurare tutti, e raccomandiamo sempre di lavare bene le mani” ci spiegano in una farmacia della periferia “e invitiamo a mantenere la calma, perché tutta questa agitazione non ha senso di esistere”. Nonostante le paure perciò, ci sono anche dei dati rassicuranti. Sembra ormai superato, almeno in questa zona, il pregiudizio del contagio legato ai negozi o ai ristoranti asiatici, ma sembra aumentare una preoccupazione legata a un pericolo più generale.

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