Cesare Pavese, quel suo malinconico universo

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CEDAC. Andrea Bosca sul palco del Teatro Centrale di Carbonia con un monologo tratto da “La Luna e i Falò”, l’omonimo romanzo di Cesare Pavese, regia di Paolo Briguglia

di Jacopo Casula

La lucida e malinconica disperazione esistenziale di Cesare Pavese, la vita umile dei contadini delle Langhe e gli orrori della guerra civile tra i fascisti e i partigiani, rivivono in un’ora e mezza di grande teatro, in un monologo intenso e commovente, tutto costruito sul talento di Andrea Bosca, autore e protagonista assoluto sul palcoscenico.
Per il quarto appuntamento della rassegna di prosa, danza e musica, curata dal CEDAC Sardegna, il Teatro Centrale di Carbonia ha ospitato “La Luna e i Falò”, monologo tratto dall’omonimo romanzo di Cesare Pavese e diretto da Paolo Briguglia, autore anche della riduzione insieme allo stesso Andrea Bosca.
L’ultima opera di Pavese, rivive su un palcoscenico lasciato libero da qualsiasi orpello scenografico, un’ambientazione essenziale, quasi da teatro brechtiano, che valorizza l’ampiezza dello spazio vuoto attraverso un suggestivo gioco di luci, con i colori caldi che accompagnano lo spettatore nelle giornate assolate nei campi, e con i lampi di blu e di verde che simboleggiano le notti di riflessione.
Ambientato nel difficile periodo del secondo dopoguerra, quando erano ancora vive le ferite della guerra civile, “La Luna e i Falò” inizia con il rientro a casa del protagonista, emigrato anni in prima in America e tornato in Italia dopo aver fatto fortuna. Il narratore, che sul palcoscenico non ha un nome, mentre nel libro di Pavese viene chiamato col soprannome di Anguilla, con i suoi racconti accompagna gli spettatori in un viaggio a ritroso tra i ricordi della giovinezza, riannodando le memorie perdute di un’infanzia difficile, dopo l’abbandono in tenerissima età senza aver mai conosciuto i genitori, e di un’adolescenza vissuta lavorando duramente nei campi, in mezzo ad un’umanità dolente ed indurita dalla povertà e dalle privazioni.
Malgrado l’apparente immobilità di quelle colline, in cui il tempo viene scandito dai ritmi ancestrali delle fasi lunari e dai fuochi accesi dai braccianti, il soggiorno in America ha cambiato il protagonista, impedendogli di sentirsi a casa persino in luoghi tanto familiari. Nei frammenti del racconto, presentati come un lungo ed impetuoso flusso di coscienza, ricco di elementi autobiografici, emergono le figure di Nuto, amico d’infanzia e coscienza critica dell’opera, del piccolo Cinto, costretto a vivere una vita povera, resa ancora più complicata dalla disabilità, e delle tre figlie del possidente presso cui lavorava il protagonista, nel cui triste destino si rispecchia il male di vivere dello stesso Cesare Pavese.
Proprio la vicenda che chiude il racconto, con la storia di Santina, la sorella più giovane, divisa tra il lavoro per i fascisti e la vicinanza ai partigiani che combattevano sulle montagne, diventa emblematica delle tante vite spezzate da una guerra che ha tracciato un solco profondo all’interno delle comunità e persino nelle famiglie, spezzando il fragile equilibrio sul quale erano vissute intere generazioni.
L’opera, strutturata sui diversi piani narrativi dell’infanzia e della maturità, con il suo triste bagaglio di delusioni, procede per libere associazioni, attraverso un uso indovinato dell’illuminazione scenica e con una riuscita scansione degli spazi, che contribuiscono all’astrazione di una vicenda che, da viaggio verso la terra d’origine, si trasforma in un vero e proprio itinerario dell’anima.
La ristrettezza della forma narrativa, tipica del monologo, vengono superate grazie al talento di Andrea Bosca, capace di dar voce sia al protagonista che agli altri personaggi con la sola forza del linguaggio, e con una diversa intonazione, da cui traspare la grande ricerca che ha accompagnato la riduzione del testo di Pavese.
Malgrado il senso di profonda malinconia, che rende palpabile il dolore che ha accompagnato la breve vita dell’autore, il monologo finisce con una nota di speranza, un breve momento di quiete che impreziosisce una prosa in grado di emozionare e di portare a teatro l’universo dello scrittore piemontese con la sola forza della parola.

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