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La lunga strada per uscire dalla crisi

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Riparte dai vaccini e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la speranza per superare definitivamente il buio del Covid

di Annalisa Atzei

La luce in fondo al tunnel. Se volessimo provare a trasferire in un’immagine quello che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, più noto col suo acronimo PNRR, rappresenterà per l’Italia, potremmo pensare proprio a un barlume di speranza scorto tra le tenebre della crisi nazionale. Un tunnel lungo quanto tutta la sofferenza umana e sociale che il Paese ha maturato nel corso di quattordici lunghi mesi durante i quali a causa della pandemia sono stati raggiunti gli abissi della disperazione, della solitudine e della depressione economica e non solo. Un virus che ha messo in ginocchio tutto il mondo, ma sono ancora nitidi i ricordi di quando il coronavirus ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea ed è stata proprio l’Italia inizialmente a pagare il prezzo più alto in termini di contagi e decessi.
Si parlò di luce in fondo al tunnel anche a dicembre, quando nel pieno delle feste natalizie prese il via una campagna vaccinale destinata a decollare solo alcuni mesi più tardi, con un rocambolesco cambio di poltrone a più livelli: oggi come allora molte promesse alimentano la speranza degli italiani e quella luce continua, nonostante tutto, a voler brillare. A gennaio i vaccini regalavano il sogno della fine della pandemia e della recuperata libertà e oggi, finalmente, la campagna vaccinale restituisce l’illusione che tutto possa ricominciare, a partire da un’emergenza sanitaria che di giorno in giorno allenta la presa. Ma un Paese non può pensare a una ripartenza senza fare i conti con le conseguenze che la pandemia ha avuto sulla vita di milioni di italiani, di famiglie, di lavoratori, di studenti e di donne che in poco più di un anno hanno visto stravolta la propria esistenza. I numeri, per quanto non restituiscano mai una visione completa del benessere o della sofferenza di un territorio, stavolta parlano chiaro. A dicembre 2020, rispetto al mese di dicembre del 2019, l’occupazione è scesa di 444 mila unità, di cui 312 mila donne; partite iva chiuse o in affanno; disoccupazione giovanile al 30%; tassi di inattività alle stelle con un incremento in un anno di quasi 500 mila unità, sono solo alcuni esempi di dati che fotografano una situazione assai preoccupante. Per quanto i cittadini possano rimboccarsi le maniche e pazientemente attendere che le nuove disposizioni e i cambi di colore siano più favorevoli, la svolta può arrivare solo da un aiuto forte e incisivo dall’esterno. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza va in questa direzione. Come si legge nel sito ufficiale del Governo, il Piano si inserisce all’interno del programma Next Generation EU, un pacchetto da 750 miliardi di euro concordato dall’Unione Europea in risposta alla crisi pandemica. Quello italiano prevede investimenti pari a 191,5 miliardi di euro, con un ulteriore investimento di 30,6 miliardi da parte di un Fondo complementare, finanziato attraverso lo scostamento pluriennale di bilancio approvato nel Consiglio dei ministri del 15 aprile, per un totale previsto di 222,1 miliardi di euro. Il Piano si organizza lungo sei missioni principali (digitalizzazione, rivoluzione verde, infrastrutture sostenibili, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute) e include un corposo pacchetto di riforme, che toccano, tra gli altri, gli ambiti della pubblica amministrazione, della giustizia, della semplificazione normativa e della concorrenza.
“Un intervento epocale”, come è stato definito dagli stessi sottoscrittori, destinato a “riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica”, ma anche a “risolvere le debolezze strutturali dell’economia italiana e accompagnare il Paese su un percorso di transizione ecologica e ambientale”. Tra i principali beneficiari le donne, i giovani e il Mezzogiorno affinché si favoriscano l’inclusione sociale e la riduzione dei divari territoriali. Cinquecento pagine in cui tanto è stato preso in considerazione e altrettanto è stato messo da parte, definendo una linea di intervento che non potrà naturalmente accontentare tutti ma che sulla carta appare puntuale ed efficace, purché ad essa si accompagni un monitoraggio altrettanto serio e puntuale, soprattutto considerando che i soldi verranno accreditati dalla Commissione Europea esclusivamente se verranno di volta in volta raggiunti gli obiettivi prefissati.
“Il problema maggiore è l’esecutorietà del Piano” ha affermato Stefano Zamagni, economista e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, “ogni semestre dovremo consegnare lo stato di avanzamento dei lavori. Se quest’ultimo si distanzierà dal Piano presentato non avremo la restante parte dei fondi. È questo quindi il vero problema”. La soluzione per Zamagni, potrebbe essere la costituzione di un “patto tra gentiluomini” affinché le parti coinvolte a vario titolo nel controllo e nell’esecutorietà degli interventi non entrino in conflitto tra loro. Il “bene comune” deve rimanere l’unico vero obiettivo da perseguire, sostiene anche Leonardo Becchetti, direttore del comitato scientifico di Benecomune.net: “la creatività, la competenza e la capacità innovativa delle generazioni presente e futura” sono la risorsa più importante per l’attuazione del Piano e manterranno viva ancora a lungo quella luce in fondo al tunnel, fino a percorrerlo tutto e raggiungerla definitivamente.

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