La cultura dello spreco nella crisi delle risorse naturali

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Paradossia o follia? L’Africa un tempo granaio del Mediterraneo oggi è a rischio alimentare per il blocco dei cereali dall’Ucraina

di Giampaolo Atzei

Pochi giorni fa, percorrendo la statale che attraversa il centro della Sardegna ho incontrato un tappeto di foglie secche, all’ombra di alcuni eucaliptus che lanciavano un po’ d’ombra sulla strada assolata. Però, era tutto un crepitare sotto le ruote dell’auto e mi sono reso conto che quelle che parevano foglie secche andavano a invece infrangersi contro la vettura, erano cavallette, sciami che avevano ormai abbandonato le campagne vicine per raggiungere l’asfalto della statale e presto anche le case del paese.
Sembrava un viaggio nel tempo, le invasioni di voraci locuste narrate nelle secolari tradizioni dei voti alla Vergine, le piaghe d’Egitto, invece è la situazione d’oggi e nemmeno troppo inedita. Certi fenomeni in realtà li abbiamo soltanto accantonati, mai completamente debellati, quel che ci pare completamente nuovo è l’impatto sulla nostra vita dei cambiamenti climatici, di un rapporto imperfetto con la nostra terra, di cui la piaga delle cavallette sembra solo una naturale conseguenza.
Intanto, in un’Isola dove la penuria d’acqua non è una novità, pare che le risorse idriche in nostro possesso ci possano garantire i prossimi mesi senza emergenza. Saranno mesi difficili, invece, in quelle terre che noi abbiamo sempre associato alla ricchezza d’acqua, con i fiumi che scorrevano dalle Alpi al grande fiume Po, attraversando e beneficando la pianura padana. Ebbene, ora il grande fiume è in secca e la terra si inaridisce perché il mare si insinua nel suo ampio delta. Una situazione apocalittica e si teme che nelle prossime settimane interi raccolti andranno perduti.
Di fronte alla crisi ambientale ci rendiamo conto di quanto siamo soggetti alle variazioni del clima, imprevedibili diciamo, sebbene non sia proprio giusto affermarlo, perché alla base di molti disastri ambientali – e della gestione di crisi come queste – rimane sullo sfondo il problema del nostro approccio alle risorse naturali, della loro conservazione e gestione, delle conseguenze delle nostre azioni.
Parlando d’acqua, sappiamo quanto le reti idriche siano dei colabrodo ma oltre la fragilità delle infrastrutture ci sono modelli di consumo e stili di vita che non contemplano la misura o un uso razionale delle risorse. Sono stili di vita dell’abbondanza, dello spreco, che non ci possiamo più permettere. E poi ci sono le grandi scelte economiche e di speculazione globale. È anche una questione culturale: nelle materie prime, vitali, come l’acqua, ci appare ancora lontano il concetto di riuso e riciclo che abbiamo imparato a praticare nella gestione dei rifiuti. Eppure l’acqua – e lo si dice da anni – è ormai una risorsa sempre più rara, capace di innescare guerre e contese internazionali.
E proprio la guerra che insanguina le frontiere dell’Europa ci consegna un altro scenario drammatico, con il blocco dell’esportazione – e ora pure della produzione, con i terreni da coltivare trasformati in campi di battaglia – del grano dell’Ucraina. Sarebbe da sola una notizia devastante per l’economia delle zone coinvolte dal conflitto ma diventa ancora più allarmante perché il blocco di quelle esportazioni può innescare una crisi alimentare globale, privando del prezioso frumento intere popolazioni dell’Africa. 
Pensando alle larghe distese della nostra terra ora invase dalle cavallette il pensiero corre all’Africa, alla sua natura rigogliosa, ai suoi fiumi, e viene davvero difficile pensare come un continente così grande, ricco e depredato, possa conoscere una crisi alimentare per via di una guerra nel nord del pianeta, tra Russia e Ucraina. È la globalizzazione, ci hanno spiegato. È una follia, dovremmo ora urlare, adesso che il grano è diventato un’arma di guerra e noi non siamo estranei a tutto ciò.

close up of wheat
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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 23 del 26 giugno 2022

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