Si apre la partita del Just Transition Fund per il Sulcis Iglesiente, per l’industria di Portovesme c’è ancora un futuro
di Giampaolo Atzei

Ormai è passato quasi un anno da quando papa Francesco, con quell’indimenticabile autografo “Molto vicino a voi!”, manifestò la sua vicinanza e preghiera per i lavoratori della Portovesme srl, profondamente preoccupati per il futuro della loro azienda, del polo industriale sulcitano, per la vita delle loro famiglie.
Da allora dodici mesi di incontri, proteste, vertici istituzionali, in un contesto internazionale ora segnato da due guerre che rischiano di essere micce incendiarie di conflitti ancora più grandi e pericolosi. Per i lavoratori del Sulcis Iglesiente, per le loro famiglie, per l’indotto che gravita sulle industrie di Portovesme rimane viva la speranza che la storia industriale del territorio non sia giunta al capolinea ma che, anzi, dalla sua crisi possa nascere il rilancio di un comparto che può ancora offrire molto in termini di produttività e occupazione.
È notizia di questi giorni, diffusa dal Centro Regionale di Programmazione, che il 31 gennaio 2024 verrà pubblicato l’avviso “Manifestazione d’interesse per bonifica e decontaminazione siti dismessi e ripristino terreni” con una dotazione finanziaria di 80.000.000 euro. È il primo passo che riguarda il Just Transition Fund, il fondo comunitario che sostiene le Regioni e i territori maggiormente sensibili ed esposti alle conseguenze della transizione verso la neutralità climatica. Non a caso, in Italia il fondo JTF è stato dedicato a realtà socialmente complesse e pesantemente inquinate come Taranto, sede delle acciaierie Ilva, e il Sulcis Iglesiente, con il polo industriale metallurgico e la termocentrale a carbone di Portovesme.
Dal punto di vista della progettazione, dell’impatto sociale e della rilevanza politica, dall’avviso rivolto alle Amministrazioni locali del territorio diocesano col Just Transition Fund arriva una sfida e un’ulteriore opportunità da non sprecare. Nei giorni scorsi, istituzioni e imprenditori si sono confrontati nella Grande Miniera di Serbariu in un incontro promosso da Confapi Sardegna, Confartigianato Imprese Sud Sardegna e Coldiretti proprio per ragionare sul “Fondo per la transizione giusta” e le prospettive aperte dai 367 milioni di euro destinati al Sulcis Iglesiente e alle sue 9.519 imprese. In linea di principio la spendita delle risorse dovrà essere conclusa entro il 2026, un’impresa titanica se si pensa che è questa l’ennesima pioggia di denaro pubblico per il nostro territorio ma, dai primi fondi europei al Piano Sulcis, la storia ci ricorda come queste occasioni siano state in larga parte sprecate.
Tanti sono gli obiettivi del JTF, dalla diversificazione economica nei settori della green economy, dell’agricoltura, del turismo e dell’economia marina del territorio alle innovazioni nei processi organizzativi e di marketing, una bonifica non solo ambientale ma anche socio-economica per produrre nuove competenze e ridurre la povertà energetica. Un orizzonte ambizioso che investe pertanto l’intero territorio dove comunque il polo industriale di Portovesme ancora non rappresenta una carta consunta.
Gli impianti dell’Eurallumina, in mano alla Rusal, sono fermi dal 2009 con circa 400 lavoratori (tra diretti e indiretti) in cassa integrazione a rotazione. Ultimamente si è registrato un rinnovato impegno per acquisire tutte le autorizzazioni necessarie per la ripresa, prevista per la data fatidica del 2026, dopo aver messo in atto un programma di investimenti che superano i circa 300 milioni di Euro. Avute le richieste autorizzazioni e il 31 gennaio 2024 ci sarà un incontro al MIMIT per la sottoscrizione dell’Addendum sulla sicurezza dei lavoratori e il programma degli investimenti.
Alla Portovesme srl dal 21 ottobre 2021 è invece iniziata la procedura di cassa integrazione, giustificata dalla Glencore per gli impatti causati dall’alto costo dell’energia. Nel 2022 l’azienda ha proposto un piano di riconversione, basato su un progetto di un impianto pilota per la produzione di litio, che ad oggi risulta bloccato. Tuttavia, va precisato che quest’impianto avrebbe dato lavoro ad appena 20 persone per 3 anni, contro i 250 dipendenti che lavoravano sulla linea piombo e parte sugli impianti per la produzione di zinco, non garantendo quindi gli odierni livelli occupativi. Intanto lo stabilimento di San Gavino, la storica fonderia nata al tempo delle miniere di Montevecchio, è completamente chiuso e il personale in cassa integrazione.
Ancora alla Portovesme srl, il progetto per produrre litio utilizzando 70.000 tonnellate di “Black Mass”, ovvero le batterie esauste, ha incontrato forti perplessità per i rischi ambientali legati allo smaltimento delle scorie e la stessa Regione Sardegna ne ha annunciato l’assoggettamento alla Valutazione di Impatto Ambientale. Il progetto dovrebbe essere pronto entro il 30 giugno 2024 ma da quanto si è saputo pare tutto fermo e sulla vicenda è sceso un significativo silenzio. Qualcosa però si muove. Fonti vicine allo stabilimento confermano l’interesse manifestato al Ministero da una cordata di imprenditori italiani per una sua eventuale acquisizione per continuare a produrre zinco, piombo, oro e argento, garantendo l’intera occupazione sia dei diretti che degli indiretti, con la stima occupazionale di quasi 600 diretti e circa 300 indiretti.
Altro capitolo spinoso, la Sider Alloys, ex Alcoa. Attualmente lavorano all’interno dello stabilimento una cinquantina di dipendenti diretti e altre 26 indiretti. Gli impianti sono però fermi e non si ha notizia di particolari interventi o innovazioni condotte in vista del revamping dello smelter, cuore dello stabilimento con la sala delle celle elettrolitiche che, secondo fonti d’agenzia, dovrebbero entrare in funzione alla fine del 2024. Anche in questo caso è noto l’interesse di una compagnia del settore alluminio che avrebbe presentato una manifestazione di interesse ad acquisire la società; è stata chiesta la disponibilità a fare un sopralluogo in stabilimento e si è in attesa dell’autorizzazione da parte della Sider Alloys. Intanto dal 15 gennaio nello stabilimento è scattato lo stato di agitazione: i sindacati denunciano che 25 contratti in scadenza da ottobre non sono stati rinnovati, a novembre sono stati licenziati 9 lavoratori delle ditte d’appalto impegnati nel revamping e altri lavoratori degli appalti vedono in dubbio la loro posizione di lavoro.
Infine, rimane ancora in piedi il progetto del Polo Nautico, elaborato dal Gruppo “Navigo” insieme con la Società “Den Yachts”, individuando nell’area di Portovesme tutte le caratteristiche e potenzialità per poter insediare una riconversione industriale di tale portata. Secondo questo progetto sarebbe prevista un’occupazione di circa 350 lavoratori all’inizio, per arrivare a regime a 1500 lavoratori.
Dall’industria al turismo, un futuro per Portovesme allora è davvero possibile? Non mancano i progetti, le soluzioni, e in questo frangente anche le risorse per interventi mirati che, oltre al rilancio dei singoli stabilimenti, possano dotare il territorio di quelle infrastrutture che – dal porto alla viabilità, senza dimenticare la questione energetica, passando dalle fonti fossili alle rinnovabili – possano accompagnare le azioni di rilancio, bonifica e riconversione dell’intero tessuto produttivo del Sulcis Iglesiente che ancora vede nel polo industriale e i suoi servizi il nodo focale dell’economia di un territorio dove intanto cresce la vocazione turistica e l’attenzione all’agricoltura e la pesca di qualità.
Per le Amministrazioni locali, regionali e nazionali, per le imprese coinvolte, per i sindacati: una partita aperta, da giocare e vincere. Intanto, all’orizzonte si avvicinano nuove scadenze elettorali, dalle regionali del 25 febbraio alle europee di giugno: la politica è in fibrillazione, la sabbia nella clessidra scorre veloce e non c’è più tempo da perdere.

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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 2 del 21 gennaio 2024


