Saper ascoltare per poter bene comunicare

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Non esiste buon giornalismo senza capacità di ascoltare, scrive papa Francesco nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

di Giampaolo Atzei

“Non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare”, scrive papa Francesco nel messaggio per la 56ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Se l’anno scorso l’invito era di “andare e vedere”, consumare la suola delle scarpe per essere testimoni autentici della notizia, quest’anno l’invito è ad “ascoltare con l’orecchio del cuore”.
Per chi scrive in un periodico diocesano, in giornali che sono espressione della comunicazione più prossima nelle nostre Chiese locali – in Sardegna abbiamo la ricchezza di nove testate diocesane – un invito così esplicito richiama immediatamente al tempo sinodale che stiamo vivendo, al cammino in corso nelle nostre comunità, alla fase dell’ascolto che siamo stati chiamati a vivere in questi mesi.
La chiamata che abbiamo ricevuto è per imparare ad ascoltare, per entrare nel profondo del nostro interlocutore, per comprendere le vicende che coinvolgono una comunità, per essere ben più che onesti cronisti, attenti a raccogliere le emozioni altrui perché il nostro ascolto deve corrispondere “allo stile umile di Dio”, per usare ancora le parole di Francesco.
Nella prospettiva del cammino sinodale, il saper ascoltare è un elemento fondamentale per la conoscenza del domani e per la costruzione del presente: proiettato nel mondo della comunicazione, la dimensione dell’ascolto ricorda e sottolinea la responsabilità sociale e comunitaria del giornalista – e del comunicatore nella dimensione più ampia che oggi abbraccia tutta la rete digitale – e della narrazione che egli offre col suo lavoro a lettori e interlocutori sui social.
Ancora, fenomeno particolare di questi giorni che viviamo immersi nel tempo della guerra, facciamo esperienza quotidiana dell’uso manipolatorio dell’informazione, un uso che diviene arma a suo modo devastante e che ci rammenta come una narrazione libera e intellettualmente onesta sia un dovere per ogni giornalista ma specialmente per un giornalista cristiano, chiamato a essere narratore ispirato dalla pace e dalla ricerca della verità anche nel mondo insanguinato dalla violenza bellica.
Ecco come il messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali illumina di concretezza il cammino del nostro essere giornalisti, nelle grandi questioni globali come nella frontiera quotidiana delle nostre diocesi, nelle periferie della nostra terra. Francesco ci ricorda come la responsabilità delle nostre parole sia materia delicata, specialmente per chi è chiamato al giornalismo di prossimità, alla testimonianza di quanto accade dietro l’angolo, nelle parrocchie dei nostri paesi, nelle scuole dei nostri figli, negli ospedali della nostra sofferenza. È un servizio difficile eppure bellissimo, chi scrive nei periodici diocesani non racconta il mondo seduto sul proprio divano o davanti al monitor di un computer, è un giornalista che scende per le strade, consuma le scarpe per andare, vedere e ascoltare, ancor di più adesso che le limitazioni per la pandemia stanno venendo meno e possiamo riappropriarci di una socialità fisica e non più solo virtuale.
Da Francesco riceviamo inoltre l’invito ad un uso intelligente dei nostri sensi, ad un saper ascoltare che sia un attento e faticoso – e per ciò gratificante – scoprire le storie, raccogliere il bisogno di comunicare e raccontare di chi non ha voce, costruire fiducia e relazioni nell’ascolto della pluralità delle voci, riconoscere l’ascolto vero dal chiacchiericcio sterile e dall’origliare che scade nello sbirciare morboso, vera deriva dei social.
Ecco perché, in questo tempo complesso, le parole di Francesco sono la bussola preziosa per tutti i naviganti nel mare periglioso della comunicazione.

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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 19 del 29 maggio 2022

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