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La cultura della solidarietà è più forte di ogni virus

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A un anno dai primi casi, la pandemia complica l’attuazione della riforma del Terzo Settore condizionando il volontariato in Italia

di Annalisa Atzei

A un anno e qualche giorno dalla scoperta del primo caso di Covid-19 in Italia, il Paese ancora si interroga su quale sarà il futuro che lo attende. Il cambio di colore con cui ogni regione sta facendo i conti dalla fine dell’estate ha migliorato, ma non certo sconfitto il virus, che potrà essere debellato solo con la somministrazione del vaccino al numero più alto possibile di cittadini. Le conseguenze negative della pandemia da subito si sono manifestate in tutta la loro pericolosità, costringendo milioni di italiani a un salto indietro nel passato quando, nel 2008, la crisi economica mise in ginocchio intere categorie di lavoratori, con degli strascichi ancora evidenti nel quadro economico e sociale del Paese pre-covid. Allora fu determinante l’intervento e il contributo garantito dalle organizzazioni di volontariato e in generale da gran parte delle realtà riconosciute dal Terzo settore, tanto che fu negli anni successivi alla crisi che finalmente si arrivò a determinare un Codice del Terzo settore, attraverso una riforma che ancora in realtà non si è concretizzata nella sua forma definitiva. Buone le intenzioni dunque, ma mediocri i risultati, almeno per ora, considerato che molti interventi previsti dalla riforma per agevolare, oltre che naturalmente coordinare e strutturare meglio gli enti del Terzo settore, rimangono efficaci solo sulla carta, alimentando un’attesa che si rinnova ad ogni rinvio della data di scadenza di completa attuazione del decreto. In questo quadro generale, la pandemia ha complicato tutto, non solo perché ha ulteriormente rallentato ai piani alti i lavori di riordino e attuazione delle nuove norme previste dal Codice, ma anche perché ha lasciato in bilico milioni di volontari che a queste nuove disposizioni tentano di adeguarsi. Il diffondersi del coronavirus ha fatto il resto: da una parte una Riforma semi congelata e dall’altra la necessità di un Paese di poter fare affidamento ancora una volta sul contributo impagabile delle associazioni di volontariato. Impagabile perché tentare di quantificare, monetizzandolo, il valore del servizio offerto da un volontario alla società richiederebbe l’analisi congiunta di una serie di variabili altrettanto aleatorie che restituirebbe, se ci trovassimo in un immaginario mercato del volontariato, un “prezzo” sicuramente svalutato rispetto al suo reale equivalente economico. Tempo fa, quando ancora nessuno poteva neanche immaginare cosa sarebbe accaduto nel 2020, un giornalista disse: “immaginate se domani mattina ci svegliassimo e tutti i volontari insieme decidessero di smettere di donare il proprio tempo, l’Italia si fermerebbe”. Quelle parole oggi, anche se uno sciopero del volontariato, fortunatamente, non ci sarà mai, dovrebbero invitarci a riflettere, perché in parte qualcosa sta già cambiando e non certo in meglio. L’emergenza sanitaria e sociale ha messo in evidenza ancora una volta che il Paese non può fare a meno del sostegno e del supporto garantito dagli enti del Terzo settore; dalle mense solidali ai servizi garantiti a bambini, agli anziani e ai disabili, negli ospedali, nelle carceri, nelle case famiglia, la macchina del volontariato non si era mai fermata, ma ora il prolungarsi della pandemia rischia di compromettere tutto questo. Sono sempre più numerose infatti le associazioni che devono fare i conti col progressivo diminuire del numero dei volontari e con la carenza di risorse, messe in difficoltà anche dall’impossibilità di garantire i propri servizi per via del distanziamento fisico. È di qualche giorno fa la presentazione dei dati elaborati dalla Fondazione Cariplo con la collaborazione dell’Istat sull’impatto del Covid-19 sugli enti di Terzo settore in Lombardia. La ricerca ci restituisce “la fotografia di un’infrastruttura in pericolo: il sistema di legami, di attività e di servizi generati dal Terzo settore per le persone e le comunità ha subito un duro colpo e rischia di non sopravvivere”, si legge su Vita.it, periodico che si occupa esclusivamente di Terzo settore. E se le cose non vanno proprio bene in Lombardia, riconosciuta come una tra le regioni più virtuose, nel resto di Italia probabilmente non andrà meglio. Ci resta una speranza, ma anche una certezza, a cui attingere ed è il nostro passato, perché la storia del volontariato in Italia non nasce oggi col coronavirus e non morirà domani con la sua sconfitta, ce lo ricorda tutti i giorni anche la nostra Costituzione: la cultura della solidarietà, tramandata di generazione in generazione, troverà sempre nuovi modi per esprimersi e per rigenerarsi.

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