I roghi al cielo d’Ucraina e il dovere della scelta

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L’aggressione della Russia riporta la guerra totale in Europa quasi 77 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale

di Giampaolo Atzei

E alla fine guerra fu. L’abbiamo temuta, esorcizzata, però poi è arrivata per davvero in Europa, quasi 77 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non che la guerra fosse scomparsa dal vecchio continente, dalla dissoluzione della Jugoslavia a quella della periferia sovietica è stato versato molto sangue ma sono state pur sempre feroci deflagrazioni interne a realtà particolari, dissidi etnici sopiti e poi esplosi, rimasti circoscritti nel loro perimetro di odio, già pure dentro l’Ucraina. Quella che è cominciata venerdì scorso è stata invece una vera e propria invasione di uno Stato sovrano da parte di un altro Stato, a due passi da casa nostra, è la perdita della verginità dell’Europa della ricostruzione post bellica, una violenza di fronte alla quale è obbligata la scelta: stare dalla parte delle vittime aggredite, dalla parte dei bambini rapiti alla vita, delle vite innocenti spezzate, delle madri e delle mogli dei soldati mandati al macello. Poi ci sarà il tempo per le analisi, gli studi, le filosofie, ora c’è prima di tutto il dolore delle cupe vampe che ingoiano la vita dei popoli ucraini e russi, il dolore della pace violata, in un bagno di sangue che grida al cielo: perché? Perché non possono esserci ragioni che giustifichino una lettura personale e strumentale dell’art. 11 della nostra Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Perché piegare sempre alle antipatie/simpatie politiche, al pregiudizio antiatlantico e ai peccati dell’Occidente ogni causa di conflitto? Pure se l’idea di allargare la Nato sino alla steppa ucraina fosse stato un azzardo, questo giustifica una guerra della Russia – a scapito del confronto diplomatico – per difendere il suo “spazio vitale”? Con questi metri di misura si arriva a riconoscere pure che anche la Germania, umiliata dalla pace del 1918, aveva le sue buone ragioni per aggredire l’intera Europa nel 1939. L’ennesimo abuso della storia e delle sue lezioni.
Non aiuta poi il mettere in parallelo la presente con altre guerre recenti, dalla Siria all’Iraq invaso sulla scia di armi letali inesistenti e dove tanto dolore è stato seminato: ahinoi, il loro peso non è davvero uguale a un conflitto nel cuore dell’Europa. Le guerre in Asia e in Africa vengono presto dimenticate, una guerra nel cuore dell’Europa è una minaccia all’ordine mondiale e ci minaccia da vicino. Non è più un truculento show da seguire alla tv, è uno schiaffo in faccia alla nostra ipocrisia.
Questo è il tempo in cui la pace si difende senza se e ma, a fianco di chi soffre, del più debole. È l’ora delle scelte di campo, della preghiera e della fatica di gesti concreti e umili come quello di Francesco, che è andato di persona a bussare alla porta dell’ambasciatore russo, un’azione la cui grandezza misura da sola la gravità del momento. Quando ancora si intravede il filo della ragione, quel filo va inseguito e tessuto, prima che i roghi delle bombe facciano cenere della speranza e pure dei libri di storia.

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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 8 del 6 marzo 2022

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