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Effetto Covid, marcia indietro nella qualità della vita

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L’analisi del BES, la misurazione del benessere equo e sostenibile degli italiani, conferma l’arretramento e la fragilità sociale del Paese

di Annalisa Atzei

Introdotto nel 2010 dall’Istat insieme al Cnel, il progetto BES per la misurazione del Benessere equo e sostenibile raggiunge il traguardo dei dieci anni con la presentazione dei nuovi dati aggiornati al tempo della pandemia. Nata per integrare i risultati dei più noti, ma anche più asettici, indicatori economici come il Pil e il debito pubblico, la misurazione del BES venne adottata in Italia per monitorare la qualità della vita degli italiani. Indicatori come il Pil, infatti, non tengono conto di tantissimi fattori che contribuiscono a individuare il livello di benessere di un paese e della sua popolazione. Negli anni il progetto si è arricchito di nuovi indicatori e oggi il Benessere equo e sostenibile arriva a contare dodici macro categorie (Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Innovazione, ricerca e creatività, Qualità dei servizi) per un totale di 152 misurazioni. Come si legge nella nota diffusa dall’Istat, le trasformazioni che hanno caratterizzato la società italiana nell’ultimo decennio e il diffondersi della pandemia da COVID-19, hanno reso necessario un lavoro di arricchimento del quadro concettuale del Bes, richiedendo sia la formulazione di nuovi quesiti all’interno delle indagini Istat (ad esempio, quesiti sulla didattica a distanza, sulla fiducia nei medici e negli scienziati), sia la tempestività negli aggiornamenti, con la sostituzione di alcuni indicatori (è il caso per esempio della vulnerabilità economica delle famiglie). L’esame degli ultimi dieci anni evidenzia le criticità e le reazioni dell’andamento socio economico del Paese rispetto a eventi negativi esterni, i quali, pur interessando tutto il panorama internazionale, in Italia ha mostrato una tendenza al peggioramento più marcata e duratura rispetto ad altri. Questo vale anche nel caso della crisi da COVID-19, riporta ancora l’Istat, e nonostante la diffusione del virus interessi tutta l’Eurozona e il resto del mondo, sta colpendo in misura maggiore i paesi più fragili, tra cui l’Italia. Sui dati del 2020, quindi, pesa in maniera particolare l’effetto della pandemia, un evento che ha annullato in buona parte i progressi registrati in questi dieci anni dal benessere equo e sostenibile. Sul fronte della salute, nel 2020 scende di nuovo la speranza di vita alla nascita degli italiani (oggi 82,3 anni); è aumentato il numero dei medici (da 3,9 a 4 ogni 1000 abitanti), ma si è alzata di parecchio la loro età media; inoltre tra il 2010 e il 2018 sono diminuiti i posti letto ospedalieri dell’1,8% (3,49 posti letto per 1000 abitanti). Particolarmente critica è la situazione degli infermieri, in aumento sino al 2017 (da 5,3 ogni 1.000 abitanti nel 2013 a 6,1) e da allora stabile. Il rapporto numerico infermieri/popolazione è molto sbilanciato rispetto ad altri paesi: la Germania, ad esempio, ha più del doppio degli infermieri per abitante. Ancora molto critici i dati relativi alla formazione. Anche se la percentuale di bambini iscritti al nido è cresciuta nel tempo, l’obiettivo del 33%, fissato a livello europeo per il 2010, dopo dieci anni non è stato ancora raggiunto (nel triennio 2018-2020 siamo al 28,2%). Anche gli indicatori che monitorano il raggiungimento di livelli adeguati di istruzione mostrano una crescita, ancora però non sufficiente a ridurre i ritardi dei nostri giovani rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Unione europea. In Italia, nel secondo trimestre 2020 il 62,6% delle persone di 25-64 anni ha almeno il diploma superiore (era 54,8% nel 2010), ma con 16 punti percentuali in meno rispetto alla media europea, che è il 79%. Nel corso del tempo è aumentata la probabilità per le nuove generazioni di laurearsi, ma negli ultimi quattro anni, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, la crescita della quota di laureati in Italia si è interrotta. La percentuale di persone tra i 30 e i 34 anni con un titolo universitario o terziario è passata dal 19,8% nel 2010 al 27,9% nel 2020, ben 14 punti in meno rispetto al dato medio europeo, al 42,1% nel secondo trimestre 2020. Un fattore di notevole criticità emerge dai dati sull’abbandono scolastico, seppur in lento miglioramento: nel secondo trimestre 2020, il 13,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni risulta, in media, non iscritto a corsi di istruzione e formazione e con un titolo conseguito fermo alla licenza media. Inevitabilmente a insufficienti avanzamenti nei livelli di istruzione fa seguito la rigidità del mercato del lavoro e la scarsa propensione all’innovazione. In dieci anni i tassi di occupazione in Italia sono rimasti pressoché stabili, con punte negative nelle fasi di recessione. Il lento recupero dell’occupazione, dopo la caduta subita negli anni della crisi economico finanziaria, non è stato sufficiente a far ritornare ai livelli del 2008 gli uomini, i giovani, i residenti del Mezzogiorno e i meno istruiti. I divari con l’Europa si sono ulteriormente allargati e sono particolarmente evidenti per le donne, sulle quali continua a concentrarsi, nonostante i progressi nel corso dell’ultimo decennio, il carico di lavoro domestico e di cura. Questo il quadro generale sul fronte occupazionale e dell’istruzione, ma il Bes individua in maniera precisa numerosi ambiti delineando una complessiva soddisfazione degli italiani sulla qualità della loro vita. La parte di popolazione che si dichiara molto soddisfatta con un voto tra 8 e 10 era a 43,4% nel 2010 e, secondo gli ultimi dati, si attestava al 44,5% nel 2019.

 

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