Una panchina, due ragazzi scalzi e infreddoliti

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Mentre l’Europa è stretta nella morsa del gelo, un flusso continuo di immagini ci racconta l’umanità dolente che non ha un tetto per coprirsi e scaldarsi, trovando conforto solo nei volontari, nelle misericordie, nelle associazioni, nelle chiese che si adoperano per questi fratelli ultimi ed esclusi. Quest’umanità che ci sfugge non è solo i migranti di Belgrado, in fila sotto la neve per una gavetta di rancio come in guerra, oppure i clochard delle grandi stazioni delle metropoli: gli scalzi e gli infreddoliti sono più vicini di quanto non sembra. E lo scandalo si fa più grande.
Una delle nostre città, Sardegna del sud-ovest, una sera d’inverno quando la pioggia si fa battente e va mischiandosi alla neve. Le luminarie di Natale sono spente da un pezzo, poca gente in giro anche se le vetrine sono già illuminate dai saldi di fine stagione. Ti siedi in una panchina, lo sguardo è basso perché fa freddo e rannicchiato forse lo senti meno. Ti viene difficile da credere, eppure chi si siede di fronte a te non ha nemmeno un paio di scarpe, chi gli sta a fianco nemmeno indossa le calze. Eppure fuori tira un gran freddo, ci teniamo stretta la sciarpa al collo ma questo ragazzo indossa appena un paio di infradito di gomma, quelle che si usano d’estate in spiaggia, e sotto le calze. È fortunato, anche se per causa delle calze nell’infradito il tallone gli poggia sul granito nudo. La ragazza seduta alla sua destra, sui piedi piccoli, del colore del mogano, ha solo due belle zeppe di gomma, alte, buone per la piscina, buone per l’estate, ma non per l’inverno. Stanno lì spaesati, poi scopri che sono pure accompagnati, chissà se faranno trent’anni in due. Forse sono migranti, i tratti somatici te lo fanno immaginare, di certo sono infreddoliti, senza che li aiuti il maglioncino o il giubbino in ecopelle che li copre. Ci vorrebbe San Martino con il suo mantello, ci vorrebbe un po’ di umanità per entrare in un negozio e comprar loro un paio di scarpe, che non siano la carità di due pantofole ricevute d’estate e poi nessuno ti ha mai più chiesto se ti serviva qualcosa.
Magari, leggenda vuole che le stesse persone possano incontrarsi all’angolo delle strade o delle piazze e che sappiano farti compagnia a modo loro, ma con quello che ti chiedono non ci compri nemmeno un pacchetto di sigarette. Forse non sono leggende, perché queste ombre furtive le vedi davvero aggirarsi nelle sere sulcitane, illuminate dalle luci delle auto. Nero su nero, ti chiedi che scherzo della vita mai ti conduce a fuggire da casa per rischiare di morire in un barcone e poi venderti per un paio di calze.
Potremmo poi raccontare di notti all’addiaccio nelle stazioni, fabbriche e capannoni dimenticati che diventano rifugi, code e preghiere alle porte delle parrocchie, ma potrebbe non fare notizia. Non siamo a Belgrado o alla Stazione Termini, siamo solo a Iglesias o Carbonia. Nero su nero, neanche la luna illumina le loro notti.

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