I nostri studenti che non sanno più leggere e scrivere

Ha fatto molto rumore negli scorsi giorni una lettera promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità, sottoscritta da circa 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti, che si sono rivolti al Parlamento e al Governo per “interventi urgenti” atti a rimediare alle carenze degli studenti. Nella lettera si afferma che “è chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”.
È un vero e proprio grido di dolore della cultura italiana, una denuncia che però non coglie affatto di sorpresa. Nella mia pur breve esperienza universitaria ho avuto modo di seguire studenti che presentavano tesine che a stento mi avrebbero accettato al Liceo. Non parlo di testi spudoratamente copiati da internet, tanto da portarsi appresso pure la formattazione, ma di produzioni create di pugno, nel difetto dei più elementari strumenti linguistici. Eppure veniva difficile dar loro una colpa, considerato che per essi l’elaborato scritto che si chiedeva era una novità. Senza alcuna preparazione e abitudine alla scrittura, per non parlare della lettura, anche il talento più alto avrebbe difficoltà a crescere. Così, disabituati alla redazione di un semplice elaborato, una tesina diventava elemento della più rigida selezione naturale. Darwinismo pure, sopravvive appena chi conosce sintassi e grammatica. Degli esami orali invece neppure più l’ombra, sostituiti da test scritti di dubbia efficacia. Eppure è questa la situazione delle nostre università, affollate di ragazzi oggettivamente analfabeti, condotti agli studi superiori attraverso un percorso che li vede molto più vittime che colpevoli. Egualmente è difficile dare una responsabilità collettiva e storica del fenomeno alla maggior parte della classe docente, cui spesso mancano modi e mezzi per condurre la preparazione che vorremmo per i nostri ragazzi.
Sembra un luogo comune, eppure la verità è che siamo come pezzi di legno sul fiume, si va dove ci porta la corrente. Se in alcune nazioni, che talvolta ammiriamo come modelli sociali, addirittura si è messo da parte l’insegnamento della scrittura a mano, fa tenerezza leggere la lettera dei nostri intellettuali che chiedono “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano”. Sollecitare la difesa della scrittura corsiva a mano… sembra impossibile, eppure rischiamo davvero che si torni a firmare con una x, anzi nemmeno, perché la firma presuppone un foglio di carta e se la nostra cultura diventa solo digitale, dematerializzata, basterà un codice a barre, l’impronta del nostro indice appoggiata sul display dell’iPhone. E allora? Sul ponte sventola bandiera bianca oppure insistiamo nel cercare una scuola di qualità, una cultura che sia tale e non semplice nozionismo, esami universitari che non siano semplici quiz a risposta multipla o curriculum che raccolgono crediti come i punti al supermercato? Direi la seconda, a patto di accettare una sfida terribile: andare controcorrente, prendere coscienza che le nuove generazioni non stanno crescendo leggendo fitte e dense pagine di letteratura ma post di 140 caratteri e che il nostro tempo di attenzione medio è ormai minore di quello di un pesce rosso. In pratica, sembra quasi una rivoluzione, che però può partire dalle piccole cose, anche dal piacere di regalare e leggere un libro, pieno di tante belle parole scritte bene e in ordine.
Tante volte, un buon esempio è il migliore inizio.

 

 

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