Una diocesi in rosa

#8marzo. La testimonianza delle donne che occupano diversi ruoli di responsabilità nella Chiesa di Iglesias, con merito, non per quota

A cura di Valeria Carta

Dopo le recenti proteste della politica in rosa sulle nomine ministeriali sembrerebbe ancora vivo il dibattito sul binomio maschile/femminile come elemento di discriminazione. Eppure c’è una diocesi, quella iglesiente, nella quale le quote rosa spiccano in maniera quantitativamente importante: dal museo diocesano, all’archivio storico, passando per la Caritas e l’Azione Cattolica, si definisce una realtà rosa nella quale le donne danno attivamente il loro contributo, dirigendo e coordinando importanti attività.

Abbiamo incontrato alcune delle donne oggi impegnate in diocesi, che ci offrono così la testimonianza della propria esperienza, tra condizione di genere, servizio e professione.

Suor Teresa Forti è la responsabile del Servizio della Pastorale Giovanile. “Quello che ricopro è un incarico di grande fiducia da parte del Vescovo che mi dato un ruolo così dentro la diocesi. Per me questo incarico è un modo per avere una cura maggiore in ciò che faccio, perché l’esempio che si può lasciare al prossimo è di stimolo per maturare”. Se da una parte infatti suor Teresa sente la fiducia che gli è stata accordata, dall’altra ha piena consapevolezza che è necessario agire con caratteristiche proprie: “il nostro operato, in quanto donne, non deve essere una copia di quello che fa l’uomo. Noi non abbiamo bisogno di riproporre un modello, ma dobbiamo portare la nostra originalità nel concepire la comunità. Per me, in qualità di responsabile della Pastorale Giovanile, è obbiettivo primario fare rete tra gli uffici: non possiamo lavorare a compartimenti stagni”. Quando le chiediamo se ha ancora senso mettere uno contro l’altro, maschile e femminile, la risposta è chiara: “piuttosto si dovrebbe parlare di complementarietà che è un arricchimento sempre – risponde suor Teresa – le donne devono portare sé stesse, con le proprie caratteriste che sono quelle che rendono più bello e pieno il cammino che dobbiamo fare. Siamo fatte per essere madri che generano, e siamo in grado di farlo quando non sentiamo l’altro come un concorrente. In tutti i ruoli dobbiamo avere originalità e rispetto e della nostra diversità. Credo che alle donne manchi un po’ di fiducia in sé stesse. È vero che molte volte gli altri non ci danno abbastanza spazio, ci sono tanti pregiudizi, ma se continuiamo a piangerci addosso non andiamo da nessuna parte”. Stella polare del cammino di suor Teresa, è Giovanni Paolo II e la sua visione dell’essere donna: “Io mi sento figlia di quella concezione. E sono grata al Papa perché ho ritrovato in quello che dice la profonda dignità che il Signore da alla donna. Il bisogno dell’uomo di maturare questa dignità è un’altra cosa”, ha continuato, “ma le donne, dal punto di vista della fede, devono essere più convinte del ruolo che Dio gli ha dato, che è molto diverso dall’emulazione dell’uomo”. Insegnante all’istituto comprensivo Camilla Gritti di Carbonia, suor Teresa non ha dubbi: “anche nella scuola è determinante la cura dell’ambito femminile, perché vedo le ragazze confuse, molte hanno paura di esprimersi per come sono e rincorrono l’apparenza”.

Silvia Medde è la direttrice del Museo diocesano dal 2009. Alle spalle un brillante curriculum: laurea in storia dell’arte, coronata dal percorso di specializzazione e dal conseguimento di un dottorato che le ha permesso poi di dedicarsi alla ricerca in ambito accademico. “Ho inoltre avuto la possibilità di lavorare nel campo della catalogazione, attività assai formativa anche per il rapporto diretto che è necessario instaurare con le opere”. Il ruolo che ricopre rappresenta per lei l’opportunità di occuparsi di ciò che le interessa e per il quale si è formata e continua a formarsi, ma anche la possibilità di contribuire alla crescita della realtà nella quale è inserita. Alla domanda su cosa pensi rispetto al dibattito odierno sulla parità dei diritti tra uomo e donna, risponde così: “penso che in una società matura non ci dovrebbe essere bisogno di dibattere sul questo tema; la parità dovrebbe essere una conquista concretamente raggiunta e il ruolo fondamentale delle donne riconosciuto in tutti gli ambiti. Evidentemente abbiamo ancora molta strada da fare”. Nella sua esperienza lavorativa Silvia non si è mai sentita discriminata in quanto donna con incarico di responsabilità, anche se ammette di aver avuto, qualche volta, la sensazione di non essere presa sul serio in quanto donna: “ma sono certa del fatto che a giocare un ruolo importante in questo senso sia stato l’ambito del quale mi occupo, che soprattutto fino a qualche tempo fa si tendeva a considerare alla stregua dell’invidiabile hobby di chi ha tempo libero da impegnare”. Sulla discriminazione femminile, ha aggiunto che “le tante vicende di affermazione lavorativa di cui le donne sono protagoniste a tutti i livelli e in tutti gli ambiti potrebbero far pensare che si tratti oramai solo di uno stereotipo. È viceversa evidente che la discriminazione femminile è ancora una realtà; basti pensare alle disparità retributive o alle problematiche ancora denunciate in merito alle prospettive di maternità”. A tutto questo si aggiunge anche la necessità di conciliare la carriera con la vita privata che si raggiunge “adottando quanta più elasticità possibile nell’organizzazione dei tempi lavorativi e delle necessità familiari, soprattutto di questi tempi, in cui molti aspetti della quotidianità sono complicati dalla pandemia. È fondamentale – ha precisato – avere la fortuna di poter contare sulla collaborazione di coloro con cui si vive e si lavora”.

Licia Meloni è la direttrice dell’Archivio Storico Diocesano. Da oltre vent’anni spende le sue energie con grande responsabilità in un luogo che ha iniziato a frequentare da ricercatrice. “Questo lavoro mi ha messo nella condizione di proporre la disciplina dell’archivistica in diocesi”, ha ricordato lei stessa ripercorrendo le tappe di una formazione fatta di ben due lauree e costante aggiornamento sulle più evolute tecniche digitali. Non per vana gloria e mai a titolo personale, Licia afferma con certezza che l’archivio diocesano è senza dubbio “un punto di eccellenza, della nostra diocesi”, che è stata in grado di circondarsi di persone dall’alto profilo professionale, senza mai la presunzione di volersi sostituire a loro. “Abbiamo sempre lavorato senza avere nessuna interferenza, occupandoci ognuno del proprio ambito di competenza”. Ecco perché alla domanda se fosse una questione di genere, è sicura che questo non c’entri proprio nulla. “È un sodalizio che si è trasformato in un laboratorio sperimentale che ho gestito in autonomia, sempre confrontandomi con i miei colleghi e concordando l’amministrazione con i miei superiori”. È un discorso più legato alla “responsabilità del ruolo che ricopri”. Molti i traguardi raggiunti dall’istituzione diocesana che vengono evidenziati dai tanti riconoscimenti nazionali e non solo. Competenza, professionalità e innovazione alla base di un ruolo, come quello di direzione di un archivio, che va ben oltre che semplici questioni di genere. “La diocesi è stata in grado di riconoscere la nostra professionalità, e io mi sento fortunata in una fortuna reciproca”. Negli occhi la passione per un lavoro che ha scelto di fare e al quale ha dedicato tanto, con una certezza in più: “sono stata scelta per le cose che sapevo fare”. Impegnata su molti fronti di ricerca, organizzazione e implementazione delle risorse tecnologiche, l’attuale gestione dell’archivio è senza dubbio proiettata verso l’apertura e l’internazionalizzazione. Non meno verso la collaborazione con gli altri uffici attraverso il quale si vuole puntare su attività di valorizzazione rivolte verso il settore dei Beni Culturali della diocesi. Fatica e tanto studio, insomma, alla base di un incarico di responsabilità.

Verdiana Pibia è la presidente dell’Azione Cattolica diocesana, al suo quarto mandato. Poco importa se presidente o presidentessa, lei è convinta che il suo non sia un incarico in solitaria, ma piuttosto l’ha sempre vissuto come il “far parte di un gruppo di lavoro”. “Io ho avuto la fortuna di condividere il servizio con altri che cercavano di dare il meglio per la chiesa diocesana”. Veri anticipatori delle quote rosa, infatti, i membri dell’AC, come prevede lo statuto, hanno diviso sempre gli incarichi in maniera equa e tenendo conto della componente maschile e femminile per avere una giusta rappresentanza. “Ci sono diversi incarichi di responsabilità che coordinano i vari settori che, fino a non molti anni fa, avevano doppia guida maschile e femminile”, ha proseguito, “io sono trent’anni quasi in Azione Cattolica e ho conosciuto questo doppio incarico”. Sembrerebbe proprio che la leadership, in questo caso, non sia una questione di genere. “Non la metterei in questi termini quanto piuttosto in termini di servizio laico. Un laico a guida di un’associazione, che collabora in un clima di corresponsabilità, è una marcia in più, è il braccio che arriva più direttamente alle persone. Facciamo servizio al mondo standoci dentro, perché il nostro incarico è stare tra la gente per comprenderne i bisogni che hanno e indirizzarli. E ovviamente per portare loro il messaggio cristiano”. E sulla parità dei diritti tra uomo e donna aggiunge: “il problema non è quanti ruoli ricoprano uno o l’altro o che siano maschi o femmine, ma è un discorso legato alle capacità reali delle persone. Il mondo di oggi ha bisogno di competenze: che sia maschio o che sia femmina non è importante, basta che sia competente. Bisogna certo aprire gli occhi, per non chiudersi davanti ad una “reggenza” maschile, ed essere capaci di guardare come e quanto le donne si sono inserite nel mondo con competenza”.

Maria Marongiu è vice-direttore della Caritas diocesana, incarico che ricopre su mandato del Vescovo dallo scorso mese di ottobre. “Sono entrata in Caritas nel 2016 e dopo un percorso di formazione ho iniziato ad occuparmi dell’Osservatorio delle povertà e delle risorse”. Inizia così la condivisione di un impegno a 360 gradi che Maria svolge anche nel centro d’ascolto di Carbonia. “Per me è un bene. Sono libera di dare piena disponibilità e di rispondere all’aiuto che mi è stato chiesto. Non è cambiato molto perché quello che faccio ora lo facevo già prima ma ci sono tante nuove iniziative che vogliamo portare avanti”. Nella sua esperienza personale, Maria è fortunata: “ho lavorato come insegnante per quarant’anni, francamente non ho mai sentito disuguaglianza, ho addirittura avuto un marito che divideva con me anche le faccende domestiche”. Convinta che “talvolta far emergere queste differenze porti all’effetto contrario”, pensa che la prevaricazione non sia mai buona. Ma anche lei si è dovuta misurare con taluni ambiti nei quali le discriminazioni ci sono e si vedono: “sono questi i momenti in cui credo che ci sia ancora molto da fare, ma spetta a ognuno di noi vivere il proprio ruolo con serenità. A prescindere dagli incarichi, sulle questioni il punto di vista femminile può esser complementare e integrante perché le donne hanno una sensibilità diversa”. Nel suo impegno al centro d’ascolto spesso vede emergere discriminazioni subite da donne che patiscono soprusi anche dai loro mariti, a volte violenze, spesso con la convinzione che sia giusto così. “Nostro compito è aiutarle non solo risolvendo nell’immediato i problemi materiali, ma mettendo in atto azioni di accompagnamento prolungato per coloro che, troppo spesso, non conoscono nemmeno i servizi a quali potrebbero accedere”.

Ilaria Perduca è l’attuale animatrice di comunità per il Progetto Policoro nella nostra diocesi, promosso e sostenuto da realtà quali la Caritas, la pastorale sociale e quella giovanile. “Vengo da una discendenza di animatrici che, negli anni mi hanno preceduta”, ha ricordato. Sono infatti ormai numerosi gli animatori del progetto ad aver avuto un volto femminile. Incentrato principalmente sulla disoccupazione giovanile nel tentativo di promuovere un lavoro etico e solidale, in linea con la dottrina sociale della chiesa, il Progetto Policoro privilegia l’autoimprenditorialità, che sfrutta talenti e qualità propri affinché si possa arrivare a vivere del proprio lavoro. “I gesti concreti di quest’anno parlano al femminile, con tre attività gestite da donne che sono dei veri e propri vulcani”. Cercando di valorizzare le eccellenze del territorio le ragazze del Policoro vogliono dare speranza in questo momento di difficoltò socio-economica. “Noi vogliamo creare legami per stare vicino alle persone”, ha aggiunto ricordando come all’animatore di comunità venga chiesta sensibilità e competenza che, ne è sicura, “ho visto sia negli uomini che nelle donne che si sono avvicendati”, Infatti, “non c’è differenza tra maschio e femmina, ciò che conta è essere empatici e avere cura del prossimo”. Continua insomma il cammino del progetto Policoro nel solco di un’impronta femminile che, pienamente in linea con il concetto di “tocco femminile”, vuole destinare a tutte le donne l’augurio più affettuoso.

Non si distanzia da questo scenario neppure Sulcis Iglesiente Oggi, caratterizzato da una redazione ad alta componente femminile, con figure impegnate nella segreteria e nell’amministrazione, nelle attività di redazione e fin anco in quelle della distribuzione. Inoltre, il settimanale diocesano può anche vantare un passato a guida femminile, quando al timone è stata Angela Serci.

Un quadro a tinte più che rosa quello di una diocesi che valorizza competenze e professionalità, avvalendosi di donne al servizio della collettività, in grado di accogliere con sensibilità le istanze del mondo presente.

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