Ugolino della Gherardesca, tracce di Dante a Iglesias

Il 25 marzo è stata celebrata la seconda edizione del “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata all’immortale autore della Divina Commedia

di Giulia Loi 

Si celebra il 25 marzo il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. L’idea di una giornata dedicata al sommo poeta è nata da un editoriale di Paolo Di Stefano, apparso su un numero del “Corriere della Sera” nel giugno del 2017. Il giornalista e scrittore, in quella e più occasioni seguenti, sempre sul “Corriere della Sera” nel corso del 2018 e del 2019, propose che si istituisse una giornata dedicata a Dante. La giornata è stata infine istituita ufficialmente il 17 gennaio del 2020, approvata dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini. È stato scelto il 25 marzo perché la maggior parte degli studi sulla Divina Commedia ritiene che il viaggio narrato nell’opera sia iniziato in quel giorno nel 1300. La proposta è stata accolta non solo da intellettuali e studiosi ma anche da istituzioni culturali come l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale. Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente le celebrazioni di questa giornata nel 2020 e nel 2021 si sarebbero sicuramente svolte in maniera diversa, considerando che quest’anno si celebrano anche i 700 anni dalla morte del poeta (avvenuta nel 1321). La prima edizione, infatti, si è svolta nel marzo 2020, nel primo, pieno lockdown nazionale, impedendo una qualunque celebrazione dal vivo; quest’anno, in un’Italia colorata di rosso e arancione, dove le restrizioni sono più o meno forti, qualche città è riuscita a svolgere eventi in presenza, in sicurezza e con poco pubblico – non poteva tirarsi indietro la città natale di Dante, Firenze – ma gli eventi online hanno sicuramente avuto anche quest’anno la meglio. E insieme agli eventi online istituzionali, come conferenze e mostre digitali, anche i singoli cittadini, appassionati, studiosi, hanno invaso internet di post dedicati al poeta con l’hashtag #dantedì, riproponendo passi della Divina Commedia, articoli, aneddoti. Anche le pagine social di musei, archivi, le pagine istituzionali delle città, hanno cercato un collegamento tra il sommo e la propria realtà, dando il loro contributo alla celebrazione online di questa giornata. Si può dire che anche la nostra diocesi abbia un collegamento con Dante Alighieri, dato in particolare da un personaggio storico che gode di gran fama all’interno dei versi dell’Inferno. Si tratta del Conte Ugolino della Gherardesca. Nato a Pisa probabilmente nei primi vent’anni del Duecento, faceva parte di una famiglia di probabile origine longobarda che nella metà del XIII secolo, a seguito dell’espansione marittima di Pisa nel Mediterraneo, si insediò anche in Sardegna acquisendo molti territori del Giudicato di Cagliari, che al tempo comprendeva le zone che grossomodo oggi corrispondono alle province della città metropolitana di Cagliari, Sud Sardegna e la zona dell’Ogliastra. Nonostante la zona di Iglesias fosse frequentata da epoche antichissime, sicuramente preistoriche, nuragiche ma anche fenicio-puniche e romane, è nel periodo pisano che assunse la sua prima connotazione di città. Chiamata infatti dai Pisani Villa di Chiesa, venne fondata sulle grandi risorse minerarie e sul fatto che vi si potesse autonomamente “battere moneta”. Sulla scia di questo nuovo insediamento vennero fatti costruire dai Gherardesca il castello di San Guantino, diventato poi Salvaterra, le mura di cinta e diverse chiese. Di eredità pisana è anche il Breve di Villa di Chiesa, il più antico codice di leggi della città di cui ancora è conservata una copia, nell’archivio comunale, del 1327. Il legame tra la città e il Conte Ugolino ha lasciato un segno anche nella toponomastica della città, come ad esempio nella piazza recentemente dedicatagli a ridosso del centro storico, laddove si trovava quella che era la “Porta Nuova”, una delle porte di ingresso alla città medievale. Tra il 1284 e il 1288 si iniziò la costruzione della chiesa di Santa Chiara, divenuta cattedrale solo nel 1503 a seguito dello spostamento della sede della diocesi da Tratalias a Iglesias. La realizzazione in quegli anni è testimoniata dalle due epigrafi, una in latino e una in italiano volgare, che stavano rispettivamente a lato e sulla facciata della chiesa – di quest’ultima si può notare il fac-simile in quella che era la sua sede originaria – entrambe oggi conservate nelle sale del museo diocesano. L’inconfondibile stemma dei Donoratico, rappresentante un’aquila, e l’iscrizione sull’epigrafe attribuiscono il volere della costruzione ai Donoratico e quindi al Conte Ugolino.
Il Conte a livello nazionale e anche mondiale gode di una certa fama anche e proprio grazie alle terzine che Dante gli dedicò nel XXXIII canto dell’Inferno, nel girone dei traditori. Ma perché fu considerato tale da Dante e inserito all’interno del cerchio? Si trattava per lo più di questioni politiche, richiamate continuamente da Dante considerando il periodo storico da lui vissuto. Il Conte Ugolino, infatti, per sue esigenze di potere era passato dalla fazione ghibellina a quella guelfa e già questo poteva essere considerato un grande tradimento. Aveva poi consegnato dei castelli ai nemici di Pisa, ovvero Genova, Firenze e Lucca, cercando di creare delle alleanze ma venendo così considerato un traditore dai suoi concittadini. Nel giugno del 1288 comunque, trionfarono i guelfi sotto la guida dell’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldi, che finse di accogliere pacificamente il Conte Ugolino a Pisa ma lo imprigionò invece in una torre con la sua famiglia. Dante lascia intendere che il Conte si sia reso colpevole di cannibalismo mangiando i suoi stessi figli e per questo nell’inferno rode il cranio dell’arcivescovo Ruggeri. Il traditore sarebbe stato a sua volta tradito e, dopo la morte, si vendica in questo modo. È uno dei passi considerati più forti e commoventi della Commedia, che lascia l’intera interpretazione al lettore, ma non senza allusioni: dopo aver descritto l’enorme sofferenza che il Conte prova vedendo i suoi figli patire per inedia, uno ad uno, “due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che il dolor, poté il digiuno”, dice il Conte raccontando la sua storia, lasciando intendere che la fame fu più forte del dolore per la morte dei figli.
La prigionia nella torre della Muda o della Fame, come è conosciuta per questo episodio, è da far risalire al 1289, perciò solo l’anno dopo rispetto a quell’arco di tempo, tra il 1284 e l’88, in cui Ugolino fece costruire la chiesa di Santa Chiara. Dante Alighieri nella sua opera ha incluso talmente tanti scenari, personaggi, storie dell’intera Italia, che tutti più o meno, possono dire di averne fatto parte in un modo o nell’altro, anche una realtà come quella di Iglesias che, perciò, non è poi così lontana dal Sommo.

 

 

 

 

 

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