Recovery fund, come ai tempi del Piano di Rinascita

Il futuro dell’economia dell’Isola nel webinar organizzato dall’associazione “Patto per la Sardegna” in collaborazione con la Fondazione Caritas San Saturnino

di Mario Girau

C’è tanta voglia di partecipazione, senza delegare solamente a tecnici e politici le proposte strutturali per mettere la Sardegna, con una parte delle risorse del Recovery fund, in linea con l’Europa. Decisi segnali in questo senso sono venuti dal webinar – organizzato nei giorni scorsi dall’associazione “Patto per la Sardegna” in collaborazione con la Fondazione Caritas San Saturnino – tra sardi che non vogliono stare alla finestra. Tutti d’accordo – docenti universitari, sindaci, sindacalisti, terzo settore – per un nuovo protagonismo popolare: come ai tempi del Piano di Rinascita. “Cattolici e laici nuovamente in campo in risposta all’esortazione di Papa Francesco che ci chiama – spiega Cristiano Erriu, all’inizio del video seminario – a un impegno forte e diretto sui processi politici di costruzione del bene comune, per noi il riferimento è la Sardegna, in chiave di solidarietà e di partecipazione. Vogliamo partire dal tema della programmazione delle risorse straordinarie messe a disposizioni della Sardegna attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”. Il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione Europea nell’ambito del Next Generation Eu, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid 19, si costruisce dal basso. “Nel dialogo tra Stato e Regione, con il coinvolgimento delle realtà comunali ovviamente da irrobustire, che – dice Umberto Allegretti, professore emerito di Diritto Pubblico all’Università di Firenze – devono poter far arrivare fino al governo centrale bisogni ed esigenze”. La riforma costituzionale del 2001 ha tolto “privilegi” riservati per 53 anni al Mezzogiorno e alle isole. “Ma il riferimento alle regioni è conservato in altre fonti normative, anche internazionali. La Sardegna presenta peculiarità che meritano giusta attenzione e di interesse nazionale ed europeo: insularità, patrimonio culturale antico e moderno, tradizioni, ambiente, rete dei borghi isolani, specie animali e vegetali tipiche dell’isola”. L’Europa è nata per eliminare squilibri, il nome vero della coesione è solidarietà. Non lasciare indietro nessuno è l’obiettivo della “economia di Francesco”, ricordato da don Marco Lai, direttore della Caritas di Cagliari, nel saluto iniziale. Su questi principi “europei” costruiscono la loro proposta Andrea Soddu, sindaco di Nuoro e Stefania Piras, fascia tricolore di Oniferi. “Il Recovery non è destinato a completare le piazze e le passeggiate a mare, ma a colmare – secondo i due primi cittadini – i ritardi strutturali e realizzare infrastrutture materiali e immateriali determinanti per lo sviluppo dei territori sardi”. La formula è algoritmica: generare interventi a cascata in sei ambiti: 1) digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4) istruzione e ricerca; 5) inclusione e coesione; 6) sanità. Il Recovery plan deve individuare obiettivi determinanti per il futuro della Sardegna e per la sua capacità di affrontare in modo resiliente le difficili sfide del futuro. “L’importanza e la rilevanza dei temi posti risulta inversamente proporzionale – dice Cristiano Erriu – alla quantità e alla qualità del dibattito pubblico che in Sardegna risulta asfittico e pressoché inesistente persino all’interno dei livelli di rappresentanza politica e istituzionale. Non si vede all’orizzonte nessuna discussione, nessun coinvolgimento delle forze sociali, sindacali e associative, nessuna iniziativa forte degli Enti Locali”. La Sardegna ha tre grandi problemi da risolvere: trasporti esterni (collegamenti con l’Europa il mondo) e interni per fermare lo spopolamento dei piccoli centri; scuola per riportare i livelli di istruzione ai parametri europei. Terzo investimento strutturale la sanità: il Covid ha mostrato la debolezza del sistema sanitario sardo e la necessità del suo riordino col potenziamento dei servizi territoriali. Artefici della programmazione sono i politici, interpreti del ben comune, non le tecnostrutture burocratiche. Il sindacato mentre guarda al presente – e al presupposto di ogni ripresa, cioè mettere in sicurezza i sardi con un piano vaccinale a tappeto – chiede alla Giunta di confrontarsi sulle proposte locali da portare nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. “Dobbiamo inserirci in tutte le 6 macromissioni previste, perché abbiamo bisogno – dice Gavino Carta segretario generale della Cisl sarda – di migliorare e potenziarle tutte Ma la Regione con la sua chiusura ed autoreferenzialità nell’assumere decisioni, non solo sbaglia nell’individuare le priorità e quindi gli interventi da realizzare, ma è bloccata da una grave e strutturale incapacità di spesa”. In Sardegna la Next Generation EU in Sardegna deve coniugare – come ha detto il presidente regionale delle Acli, Franco Marras – tecnologia, conoscenza, organizzazione con ricostruzioni di reti relazionali comunitarie dove scuola, sindacati, politica, volontariato, terzo settore in sinergia lavorano per la ricostruzione di un tessuto sociale a protezione dei più deboli: poveri (raddoppiati rispetto al passato), studenti emarginati dalla didattica a distanza, anziani senza assistenza.

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