Post-verità, frottole e notizie, parla Sergio Zavoli

E che mai sarà una bugia, una bufala, se la verità è in fine dei conti una variabile indipendente, tanto da diventare “post verità” parola dell’anno, certificata dal prestigioso Oxford Dictionary per il 2016. Il termine inglese finito in prima pagina sarebbe più precisamente “post-truth”, appunto, in italiano “post-verità”. L’espressione descrive l’atteggiamento non solo e non tanto di chi dice il falso, ma di chi trascura la differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è, anzi spacciando indifferentemente argomenti sensati o meno, senza darsi pena di consentire una verifica, a seconda dei propri fini e dei propri interessi del momento. In pratica, è una bugia meditata, oppure creduloneria pura. Ormai, con l’informazione che circola per lo più in rete, i “fake”, le bufale, le “post-verità”, sono all’ordine del giorno, tanto che Facebook annuncia di volerle bandire, addirittura la presidente della Camera Laura Boldrini scende in campo contro di esse. Partita difficile, perché ormai crediamo tutto e il contrario di tutto, siamo complottisti e un po’ tuttologi, ne abbiamo già parlato sue queste pagine.
Sul tema è intervenuto nei giorni scorsi anche Sergio Zavoli, una voce autorevole che merita ascolto: “Le false verità preparano il terreno su cui compiere le azioni più tremende”. Da questo rischio ci si può difendere “con un po’ di normalità e semplicità, tornando alla regola greca, mitica, della ricerca della verità”. Il giornalista, che ha superato i 90 anni d’età, non ha dubbi: la post-verità nasce da una strategia comunicativa che non aiuta a rapportarsi ragionevolmente con il mondo reale e con la storia. È una minaccia crescente all’informazione e alla formazione dell’opinione che si vedono derubate dell’essenziale, cioè della ricerca della verità. In questo contesto di disinformazione programmata, Zavoli punta l’indice i talk show televisivi, perché “andare a cercare chi ha per vocazione la rissa o una competizione verbosa e animosa, produce spettacolo, non informazione”. Aggiunge un monito: “Stiamo attenti perché la somma di tante faziosità non è il pluralismo”. Evidente il richiamo alla coscienza di chi informa perché rispetti l’etica professionale e alla coscienza di chi si informa perché sappia smascherare la frottola e sappia riconoscere la notizia. Non è sempre facile questo discernimento e spesso arriva alla sua conclusione quando la post-verità ha già provocato danni importanti. Zavoli, per l’onestà intellettuale che lo ha sempre distinto non si arrende e reagisce alla deriva esprimendo il desiderio di realizzare un’inchiesta dal titolo “Perché?”. S’immagina “in giro per il mondo a studiare gli interrogativi più pesanti dell’umanità”. All’età di 94 anni pensa questo viaggio come scelta per ascoltare e raccontare la fatica e la bellezza di vivere, per scoprire e portare alla luce tracce di umanità. Una cosa specialmente vorrebbe salvata, la capacità di fare relazione, valore decaduto di questi nostri tempi: ecco dove ha preso facilmente spazio la post-verità, la frottola, la menzogna, la riduzione dell’informazione a spettacolo mediatico, ci ricorda Sergio Zavoli, un maestro.

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