Pena capitale, sconfitta per l’umanità

Dopo quasi vent’anni, l’esecuzione negli Stati Uniti di Lisa Montgomery, avvenuta il 13 gennaio, riaccende l’attenzione sulle condanne a morte

di Emanuela Frau
Gruppo di Educazione alla Pace e alla Mondialità

Caritas diocesana di Iglesias

Lo scorso luglio si sono riaccesi i riflettori sulla questione della pena capitale, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato l’ordine di un tribunale minore che aveva congelato le esecuzioni da quasi vent’anni. A livello federale, infatti, la moratoria delle condanne a morte era scattata nel 2003, sotto l’amministrazione Bush e, dall’epoca, nessun detenuto nel braccio della morte è stato più sottoposto ad iniezione letale. L’ex procuratore generale dell’amministrazione Trump, William Barr, ha dichiarato che “le esecuzioni delle condanne a morte rappresentano un dovere per il Governo federale, per le vittime e le loro famiglie”. Ad opporsi a questa “prassi”, però, non sono solo attivisti e gente comune; spesso, infatti, anche i parenti delle stesse vittime manifestano il loro dissenso nei confronti di una simile barbarie. Nel corso dell’ultimo anno si sono registrate le rivolte di alcuni detenuti, in agitazione per l’introduzione di nuove procedure, da parte del Dipartimento di Giustizia, che prevedevano la somministrazione di un solo potente farmaco (pentobarbital), tramite iniezione letale. Si tratta ovviamente di una grave sconfitta per le associazioni che da sempre si battono contro la pena capitale, soprattutto dopo le terribili vicende degli ultimi anni in cui molti condannati sono morti tra atroci sofferenze.

La triste storia di Lisa Montgomery mette a nudo la debolezza del “sistema Stati Uniti”, unico paese occidentale che continua ad applicare una pratica che, oltre a non rappresentare un deterrente, si configura come un macabro rito. Nata 52 anni fa, reclusa dal 2004 nel carcere di Terre Haute, in Indiana, per un omicidio particolarmente efferato, Lisa, prima donna ad essere giustiziata dopo 67 anni, è stata uccisa con iniezione letale lo scorso 13 gennaio. Tempo addietro l’esecuzione era stata sospesa sulla base di una perizia psichiatrica. I suoi legali sostenevano, infatti, che la giovane avesse un danno cerebrale e una grave malattia mentale dovuti ad una vita segnata, fin dalla tenera età, da abusi sessuali e violenze d’ogni genere. Si sperava che l’esecuzione potesse slittare dopo l’insediamento del neo eletto Biden, che avrebbe potuto graziarla commutando la pena; ma Trump, ancora in carica, si è rifiutato di bloccare le esecuzioni, nonostante la consueta interruzione nel periodo di transizione tra un presidente e l’altro; divenendo così il Presidente USA che ha accumulato più esecuzioni capitali (10 in totale), in oltre un secolo (dal 1896). Il Dipartimento di giustizia è andato, dunque, avanti programmando l’esecuzione di Lisa.
Nonostante il tema della pena capitale non sia stato toccato nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali di novembre, con la ripresa delle esecuzioni l’ex inquilino della Casa Bianca ha voluto concretamente ribadire la sua posizione riguardo una “punizione” a cui attribuisce un “potere deterrente contro i crimini”. Oltre a Lisa, vittima innanzitutto di una società che ha preferito voltarsi dall’altra parte, anziché proteggerla, allontanandola dall’orrore che quotidianamente era costretta a vivere, si ricordano anche diversi casi di afroamericani condannati pur essendo riconosciuti non colpevoli dalla stessa giustizia statunitense.
Da tempo questa crudele pratica è stata abolita, o non è applicata, nella maggioranza degli stati del mondo. Il boia continua ad agire in diversi stati tra cui Arabia Saudita, Cina, Iraq, Bielorussia, India, Giappone, Corea del Nord e Iran. Quest’ ultimo paese, recentemente, ha scioccato l’opinione pubblica con l’esecuzione, per impiccagione, del giornalista “dissidente” iraniano, eseguita appena quattro giorni dopo che la Corte suprema aveva confermato la sua condanna a morte. Ruhollah Zam, questo il suo nome, esule in Francia dopo la repressione delle proteste del 2009, era stato rapito nel 2019, durante una visita in Iraq, dalle Guardie rivoluzionarie iraniane; riportato in Iran, contro la sua volontà, è stato condannato a morte lo scorso dicembre, con l’accusa di “spionaggio nei confronti di Israele e della Francia”,  e per “reati contro la Repubblica islamica dell’Iran”; ovviamente senza poter aver nessun contatto con i suoi avvocati di fiducia e i parenti, al termine di un processo farsa, celebrato dal “Tribunale rivoluzionario di Teheran”.
Dopo secoli di dibattiti intorno al tema della pena capitale, la riflessione verte ancora sull’importanza del dono della vita, sull’urgenza di tutelarla sempre e comunque, contrapponendola all’esigenza di rispettare le “norme necessarie” a riparare il torto subito. Di fronte a disumani e crudeli castighi, sperimentiamo ancora oggi un’amara sconfitta che rende sempre attuale il pensiero di Cesare Beccaria, che nel 1764, nel Dei delitti e delle pene, ebbe a dire “Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità”.

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