“Ognuno di noi è samaritano dell’altro”

In occasione della XXIX Giornata mondiale del Malato, le riflessioni di don Luigi Sulas, direttore diocesano della pastorale della salute

di Valeria Carta

L’11 febbraio scorso si è celebrata la XXIX Giornata del Malato. La ricorrenza, memoria della Beata Vergine di Lourdes, se pur vissuta a livello parrocchiale quest’anno, ha tenuto accesi i riflettori, se mai ce ne fosse stato bisogno, sulla realtà della malattia, alla quale, forse, in questi tempi, siamo tutti maggiormente sensibili. Abbiamo chiesto a don Luigi Sulas, in veste di direttore diocesano della pastorale della salute, un commento su una ricorrenza che quest’anno è incentrata sul tema della relazione di fiducia alla base della cura dei malati.

Don Luigi, la parola salute forse, da un anno a questa parte, è una delle più ricorrenti. Ci può spiegare di cosa si occupa la pastorale della salute, nella diocesi di Iglesias?

Nei documenti della Chiesa italiana la pastorale della salute è descritta come la presenza e l’azione della Chiesa per recare la luce e la grazia del Signore a coloro che soffrono e a quanti se ne prendono cura. Non viene rivolta solo ai malati ma anche ai sani, ispirando una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute. Pertanto il mio ministero è rivolto agli ammalati e alle loro famiglie e anche a tutto il personale sanitario che incontro in ospedale.

Che valore assume la Giornata del Malato nel bel mezzo di una pandemia?

Quest’anno celebreremo la giornata del malato solo a livello parrocchiale, tuttavia questo non impedisce di vivere la giornata stessa come un momento di preghiera e di speranza per quanti vivono momenti di sofferenza. Il tema della giornata di quest’anno è: “Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8), pertanto richiama alla nostra mente il valore della solidarietà che anche in questo periodo di pandemia è stato alla base di ogni iniziativa.

Il Pontefice nel suo messaggio mette in guardia dal pericolo di essere degli ipocriti, ossia di essere come “coloro che dicono ma non fanno (cfr. Mt 23,1-12)”. Quale antidoto a questo male?

Il Santo Padre ci esorta a farci carico delle sofferenze di chi incontriamo sulla nostra strada. Mettendoci in sintonia con i nostri fratelli e le sorelle visitate dalla sofferenza e dalla malattia, senza ricette precostituite ma ponendoci in sincero ascolto dell’altro.

Giobbe è il modello del malato cristiano. Ma come si fa a spiegare a qualcuno che la malattia non è una punizione di Dio?

Rispondere a questa domanda risulta molto impegnativo, perché anzitutto dobbiamo eliminare l’idea di un Dio vendicativo che non ha nulla a che fare con il Dio, Padre, di cui ci ha parlato Gesù. Infatti un cristiano sa che attribuire una punizione divina e la diffusione di una malattia o di un virus, distorce la visione della fede cristiana, perché la declassa a superstizione. Quando gli Apostoli incontrano un cieco chiedono a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Gesù risponde: “Ne lui ne i suoi genitori” (Gv 9,1-41); il Vangelo ci insegna costantemente la bontà di Dio, che fa sorgere il sole su i cattivi e su i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 43-58).

Il “buon Samaritano” può essere esempio dei tanti operatori sanitari che si spendono per gli altri. Cosa significa star vicino a coloro che, se pur in maniera diversa, sono a continuo contatto con la sofferenza?

Mi sento di rispondere a questa domanda citando un testo della liturgia dove si dice che “Gesù nella sua vita mortale (…) passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza” (Prefazio VIII). Questa preghiera ci ricorda che ognuno di noi è il samaritano dell’altro e con la sua presenza deve portare consolazione e speranza come è stata la vita del Maestro.

Sentiamo tutti i giorni parlare delle carenze sanitarie del nostro paese. Nel nostro territorio, quanti e quali sforzi servirebbero per migliorare la situazione?

Il Sulcis Iglesiente rispetto al resto d’Italia risulta tra le zone maggiormente penalizzate sia per strutture che per risorse umane, talvolta ci si rende conto che mancano perfino i più elementari dispositivi medico/sanitari.

In qualità di cappellano all’ospedale Sirai che esperienza ha avuto in questo tempo di Covid?

Purtroppo ho dovuto attenermi alle disposizioni della Direzione sanitaria e limitare la mia presenza nei reparti. Quando potevo entrare ho notato che la mia presenza era di conforto agli ammalati, ai familiari e soprattutto agli operatori della sanità che in questo momento sono particolarmente provati.

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