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La parrocchia, una casa per due comunità riunite

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Intervista a don Ivano Gelso, da ottobre parroco nelle comunità iglesienti di Santa Barbara a Monteponi e del Sacro Cuore

di Valeria Carta
foto di Efisio Vacca

Le due parrocchie iglesienti di Santa Barbara (Monteponi) e del Sacro Cuore hanno da ottobre un nuovo parroco: Don Ivano Gelso. Una vocazione nata in famiglia e in parrocchia, a Rio Murtas, nella chiesa dedicata a San Giuseppe artigiano, che ha trovato il suo coronamento nell’ordinazione sacerdotale del 3 luglio 2004. Sei anni a Iglesias, nella parrocchia San Pio X, come vice parroco, due anni alla Beata Vergine Addolorata di Carbonia, otto anni a Sant’Ignazio di Domusnovas e per qualche tempo anche amministratore parrocchiale a Musei. Questo, fin qui, il curriculum vitae del sacerdote che abbiamo incontrato per raccogliere le prime impressioni sulla sua nuova esperienza.

Siamo nell’anno dedicato in maniera speciale a San Giuseppe e la sua parrocchia d’origine è intitolata al Santo di Nazaret. Che rapporto ha con questa figura?

Lo sento particolarmente vicino come protettore e nella preghiera. Dio ha affidato suo figlio a San Giuseppe e anche noi ci affidiamo a lui. Giuseppe, come Maria, ci presenta Gesù. È un esempio di uomo, di lavoratore, di persona semplice e umile nel suo affrontare le difficolta con l’aiuto di Dio.

Otto anni a Domusnovas sono tanti. È stato difficile cambiare?

Si. La vita di parrocchia è una vita fatta di cammino, niente di fermo o di pronto; cambiare voleva dire cambiare le mie idee ma anche iniziare a seguire nuove comunità e conoscerle. Quello che sto cercando di fare qui, anche se credo che debba essere Dio a farci capire come fare.

Che comunità ha trovato al suo arrivo?

Sono parrocchie diverse pur essendo nella stessa città. In realtà tutti siamo diversi, ma il mio compito è quello di aiutare ognuno ad incontrare Dio personalmente. È la cosa più importante.

Ha riscontrato delle criticità?

Bisogna in un certo senso trovare e ritrovare l’identità della parrocchia in modo da creare un percorso condiviso. Quello che conta è camminare insieme e che ogni persona si senta importante all’interno della comunità. Tra il Covid e il fatto che ci sono qui da poco, penso che sia necessario partire dal piccolo e dal semplice.

Per esempio?

Nella comunità di Monteponi la presenza è fatta da persone che vengono da tante parrocchie, per motivi devozionali o d’affetto e anche l’ambiente circostante è molto frequentato, il piazzale per esempio. Sarebbe bello, con il tempo, trovare il modo per rendere la chiesa più fruibile. A causa del Covid non possiamo sbilanciarci più di tanto ma le aspettative sono tante.

Ben due comunità da guidare. Come ha vissuto questa decisione?

Ho avuto già due parrocchie. Infatti, negli ultimi due anni e mezzo, sono stato amministratore parrocchiale a Musei. Diciamo che un po’ ero preparato. Avere due comunità impone uno stile di vita e di attenzione nuovo. Forse anche “più rispettoso degli altri”, perché non si riesce ad essere così immersi nella vita parrocchiale come si vorrebbe. A volte si è costretti a “scappare” da una parrocchia perché c’è da fare nell’altra, e capisco che è un sacrificio per me e per le comunità. Anche per questo credo che sia necessario trovare momenti per sopperire queste mancanze, come sono convinto che questa condizione aiuti la comunità a capire che il laicato va promosso. Non c’è solo il parroco. Le responsabilità vanno condivise e questo aiuta la comunità a maturare.

I suoi parrocchiani sostengono queste sue posizioni?

Noto che queste comunità capiscono, che hanno un’attenzione verso queste difficoltà. Vedo le persone contente di quello che fanno, soprattutto perché lo fanno bene. Penso che quando dei laici seguono seriamente la vita parrocchiale, il sacerdote riesce a dedicarsi meglio a quello che è proprio del sacerdote. Per fare un esempio c’è un gruppo che ha una sensibilità particolare nella cura della liturgia e si impegna per questo. È bello vedere come i laici si mettono in gioco.

Come ci si sente a prendere un’eredità così importante come quella di queste due parrocchie?

Sto raccogliendo un’eredità ben avviata. È essenziale accogliere per primi. Anche questa è carità cristiana che fa crescere: avere attenzione per l’altro e rispetto. Non è tanto importante ragionare sulle abitudini di una comunità, se fanno bene o male, ma è determinate conoscere le persone, le potenzialità, e tutta la storia, cioè cosa ha fatto Dio in queste parrocchie per continuare quello che Lui vuole. Per me è importante fare un cammino insieme io con loro e loro con me.

Ha già in mente alcuni progetti che vorrebbe promuovere?

Vorrei innanzi tutto che realtà come quelle dei malati e dei poveri trovassero un’attenzione costante nella nostra comunità. Questo tempo ci impone delle attenzioni particolari, certo, ma vorrei che anche quando questa situazione sarà superata, rimanga comunque la cura nei confronti di queste categorie. Così pure per quanto riguarda la catechesi per bambini e ragazzi. Inoltre abbiamo una serie di strutture nuove che aspettano di essere valorizzate.

Come intende portare avanti la realtà giovanile?

Io tengo molto alla realtà dell’oratorio perché credo sappia dare a tutte le età “qualcosa”, è un luogo per stare insieme come parrocchia. Durante le celebrazioni si prega, non ci sono occasioni per scambiare due chiacchere o per stare insieme, che possono essere ricreate proprio nell’oratorio. Punterò a fare della parrocchia una casa per i bambini, un luogo dove possano incontrare gli amici, giocare, e insieme approfondire la fede. La realtà dell’oratorio potrebbe essere utile anche per le persone sole e gli anziani che qui troverebbero un posto anche per loro. Farlo in due parrocchie è un po’ complicato ma non ci vuole fretta. Sarà lo Spirito ad agire, Lui può fare quelle cose che noi da soli non riusciamo a fare.

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