L’Iglesiente è ancora un territorio industriale?

A Iglesias una tavola rotonda su miniere e futuro promossa dall’Associazione Minatori Nebida, a confronto storici, sindacalisti e pubblici amministratori

foto di Efisio Vacca

Quale futuro per l’industria mineraria? Su questa domanda, stimolati dalle riflessioni di archivisti, ricercatori e tecnici, si sono confrontati venerdì scorso nel centro culturale di Iglesias uomini di miniera, amministratori pubblici e rappresentanti sindacali. L’occasione è arrivata dalla presentazione del terzo/quarto numero dei Quaderni Storici dell’Associazione Minatori Nebida Onlus dedicato alla miniera di Masua, dove sono stati pubblicati gli atti di due convegni promossi a Nebida dall’associazione il 1 ottobre 2016 e il 28 ottobre 2017, rispettivamente dedicati alla storia mineraria e sociale di Masua e all’evoluzione del lavoro minerario dal medioevo ai tempi nostri. Moderati da Giampaolo Atzei, direttore di Sulcis Iglesiente Oggi e consigliere dell’Associazione Mineraria Sarda, i lavori si sono aperti con le sintesi degli autori presenti nel volume: le archiviste comunali Daniela Aretino e Giorgia Marcia, l’archivista Igea Alessandro Cuccu, i tecnici minerari Andreano Madeddu e Giorgio Putzolu. Dalla storia sociale e aziendale della miniera di Masua al Breve di Villa di Chiesa, passando per l’organizzazione del lavoro e lo sviluppo tecnologico del comparto estrattivo iglesiente, l’esposizione delle relazioni è stato un vero compendio dell’esperienza industriale sarda, un segno indelebile nella vita culturale, sociale ed economica del territorio.
Nel rispetto delle misure sanitarie per la prevenzione del Covid, hanno partecipato alla tavola rotonda, che ha animato la seconda parte della serata, il dirigente industriale e storico Paolo Fadda, il presidente del Parco Geominerario Tarcisio Agus, il sindaco di Iglesias Mauro Usai, i segretari provinciali della Filctem-CGIL Emanuele Madeddu e della Femca-CISL Vincenzo Lai. Il tema: L’industria mineraria, il passato … e il futuro?
L’intervento di Paolo Fadda, peraltro primo presidente dell’Ente Minerario Sardo e testimone diretto di molti passaggi analiticamente descritti nel saggio di Andreano Madeddu, ha permesso di ripercorrere la parabola che ha condotto il distretto minerario isolano dalla prosperità di un tempo alla sua chiusura. Non sono mancate le osservazioni critiche, le riflessioni ponderate ad anni di distanza sulle scelte fatte, ascrivibili in larga misura alle politiche pubbliche adottate in questi ultimi decenni, a partire da quella strategica di non tutelare il grande patrimonio di competenze, cultura e conoscenze eredità dell’industria mineraria.
È un dato di fatto che 150 anni di lavoro industriale, di contaminazioni culturali, di ricerca scientifica e tecnologica, di conquiste nei diritti civili e politici, hanno costruito una vera civiltà del lavoro, una cultura mineraria diffusa che ha permeato in profondità il nostro territorio. Ecco il perché di un confronto come quello di venerdì scorso, un confronto che si carica di attesa generazionale, come ha sottolineato il giovane sindaco di Iglesias “attento al presente” oltre che al passato e al futuro citati nel titolo dell’incontro, per le incognite che apre sull’avvenire di quanti si trovano a vivere in un Sulcis Iglesiente ormai post minerario.
Ma il nostro territorio, se davvero è post minerario, rimane almeno industriale? E l’industria stessa è un valore, oppure un’eredità ingombrante di cui liberarsi? La risposta è stata chiara, in particolar modo dai due esponenti del mondo sindacale: sì, il Sulcis Iglesiente è ancora una terra di industria. Portovesme, pure nella sua crisi e nella prospettiva del riavvio degli stabilimenti oggi fermi, permette ancora di vivere a molte centinaia di famiglie, tra lavoratori diretti e dell’indotto. L’industria mineraria, quella legata alle possibilità dell’economia circolare, dei cicli virtuosi che potrebbero collegarsi alle bonifiche, ci ha consegnato un patrimonio di conoscenze e competenze tecniche che non possiamo continuare a disperdere in un mondo in cui alcune materie prime sono sempre più rare. In tutto questo si ritaglia uno spazio anche l’etica dell’impresa, poiché la riconversione e la protezione dei più deboli non risiede solo nell’evitare produzioni di armamenti ma anche nel lavorare per recuperare dalle discariche quei minerali fondamentali nei cicli industriali odierni e la cui estrazione avviene con la rapina selvaggia delle zone più oscure e povere del pianeta, senza tutele e senza il rispetto del lavoro e della dignità umana che le genti di miniera hanno invece conquistato a duro prezzo.
Ultima nota, tra le tante emerse nell’intenso dibattito, il ruolo del Parco Geominerario. Il presidente Agus ha incassato le ripetute accuse di inefficienza e oggettiva delusione per il lento e inceppato funzionamento dell’ente che dirige. Tuttavia, invece che un crescente tono polemico e di contrapposizione – come nelle settimane scorse si era registrato in particolar modo con il sindaco di Iglesias e la segreteria provinciale del Pd – da Agus sono arrivati inviti alla distensione e alla reciproca collaborazione, a partire dall’invito rivolto al sindaco Usai perché la Comunità del Parco lavori per una riduzione di questo alla ristretta area mineraria del Sud-Ovest. Troppa carne al fuoco è finita sul braciere del Parco, troppe speranze sono state riposte su un ente che avrebbe funzionato meglio con obiettivi più ristretti e definiti: una sottolineatura fatta a più riprese anche da Paolo Fadda, per il quale il vero valore aggiunto del territorio rimane l’aspetto minerario oltre il dato geologico e ambientale, certamente importante ma forse eccessivamente ambizioso.
La tavola rotonda non ha al fine prodotto una conclusione, l’obiettivo era e rimane quello di tenere aperto il confronto sul futuro del nostro territorio, tra amministrazioni, associazioni, quanti hanno nell’animo e nelle mani la concreta possibilità di incidere sulle scelte sostanziali in questo decisivo passaggio storico. Il dibattito continua.

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