La Madonna dello Schiavo, nel cuore di un popolo liberato

Carloforte, la celebrazione con il vescovo di Iglesias nella ricorrenza dell’incursione dei pirati del 1798 che fecero schiavi circa 950 isolani

di Nicolo Capriata

Il 2 settembre è una data che molti carlofortini hanno stampato nella memoria come un tatuaggio sulla pelle. Cade l’anniversario dell’avvenimento più tragico e doloroso della loro storia, che è così densa di avvenimenti da sembrare quasi un romanzo d’avventure: l’incursione dei pirati barbareschi. In quella notte del 1798 quasi allo spuntare dell’alba un’orda di circa 800 pirati tunisini entrò di nascosto nella cittadina isolana cogliendo nel sonno i suoi abitanti, saccheggiandola per due giorni e una notte. Alla fine di quella razzia i feroci pirati catturarono circa 950 isolani (il numero esatto non è mai stato stabilito), in pratica la metà della popolazione e li tradussero schiavi in Tunisia.
In terra d’Africa i carolini vi trascorsero cinque lunghi anni prima del loro riscatto nonostante che quasi immediatamente in tanti, compreso papa Pio VI, si fossero prodigati per la loro liberazione. La storia, si sa, è come un delta di un fiume, dall’alveo principale si diramano altri piccoli o grandi fiumi prima di giungere al mare. Così è stato per i cinque anni passati in schiavitù dagli isolani durante i quali sono accadute tantissime cose: una schiava è diventata regina, sulla liberazione di un’altra è intervenuto personalmente il presidente Usa, Thomas Jefferson, ma il fatto più prodigioso è stato il ritrovamento nel 1800 di una statua lignea di una Madonna nera. Gli schiavi carolini hanno subito battezzato quell’effigie come la Madonna dello Schiavo e fino al 1803 quando furono liberati, sotto la guida di don Nicolò Segni che si era fatto schiavo volontario per assistere i suoi compaesani, si radunarono ai piedi di quella statua invocandone la libertà. Così questa Madonnina è entrata nel cuore dei carlofortini, di tutti i carlofortini, dalla fine della schiavitù (quando portata in processione veniva seguita dagli schiavi liberati con le catene ai piedi) ai giorni nostri.
In questi 220 anni gli isolani gli hanno attribuito molti prodigi come quello accaduto nel 1964, quando nel giorno della sua incoronazione una signora immobilizzata a letto da oltre vent’anni si alzò all’improvviso guarita. Se un giorno qualsiasi della settimana, vi fermate nella mattina davanti all’oratorio costruito da subito per custodirla, vedrete tanta gente che vi entra, anche per un poco, per salutarla. Si capisce così anche la devozione che gli isolani nutrono per la “loro” Madonnina.
Tante sono le funzioni religiose in suo onore. Una delle ultime, istituita almeno una trentina d’anni fa, è la processione penitenziale che si fa il 2 settembre appunto con la Madonna avvolta da un manto nero. E che purtroppo quest’anno causa coronavirus è saltata. Ma le due parrocchie, seppure in modo diverso, hanno cercato di colmare questo vuoto. Nella parrocchia di San Carlo Borromeo il vescovo di Iglesias Mons. Giovanni Paolo Zedda ha celebrato con la presenza del sindaco e di altre autorità civili e militari una Santa Messa. Nell’omelia si è soffermato sull’avvenimento ed ha anche ricordato la figura del grande parroco don Gabriele Pagani del quale ricorreva il novantesimo della morte, la cui memoria è tutt’ora viva nei carlofortini che l’anno conosciuto ma anche in quelli che non l’hanno conosciuto, perché la sua opera e il suo apostolato è stato tramandato di famiglia in famiglia. Sono molti i sacerdoti a Carloforte che, al di là dei valori religiosi, hanno operato nel campo sociale istituendo scuole, procurando lavoro e promuovendo iniziative particolari che hanno attecchito negli isolani e che sono entrati a buon diritto nella loro storia. 
Forse più sobrio, ma non meno rilevante, l’intervento del parroco di San Pietro Apostolo, l’amato don Daniele Agus che si è “limitato” a leggere in diretta video facebook da Radio San Pietro la bolla pontificia emessa da Pio VI  il 29 ottobre (esattamente due mesi dopo l’accaduto) nella quale il Pontefice invitava il clero sardo a raccogliere fondi per la “redenzione” degli schiavi carlofortini. “Noi ricordiamo quella triste notte di pirateria – ha detto con qualche lacrimuccia leggendo il documento da lui stesso trovato – con una processione penitenziale per ringraziare l’intervento della Vergine che per noi è sempre la Madonna dello Schiavo”.

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