In classe al tempo del Covid, relazioni da salvare

Viaggio nel mondo della scuola. Parla Maria Pinella Etzi, insegnante di religione, da trentacinque anni in aula con gli studenti

di Valeria Carta

Dal 22 settembre la sfida sanitaria in Sardegna ha un nuovo campo di battaglia: la scuola. I corridoi e le aule che fino a poco tempo fa erano luoghi nei quali apprendere conoscenza e intessere relazioni, oggi si trovano protagonisti di una sfida ben più ardua. Il Covid-19 è entrato a tutti gli effetti nella vita scolastica di alunni e professori che, con grande responsabilità, cercano di affrontare questo particolare momento storico.
Come in tutta Italia, anche nel nostro territorio diocesano, si affrontano le medesime tematiche forse aggravate da una situazione economica e sociale mai radicalmente migliorata. Abbiamo parlato della situazione nelle scuole con Maria Pinella Etzi, insegnante di religione all’IIS-ITC “Beccaria” di Carbonia. La sua lunga esperienza come docente, iniziata 35 anni fa, e i suoi numerosi compiti di responsabilità all’interno dell’istituto scolastico nel quale insegna, le permettono di darci una visione d’insieme completa, capace di affrontare luci e ombre di una scuola che, inutile negarlo, “vive un momento generale di grande preoccupazione”. 

Cosa significa fare l’insegnate ai tempi del Covid-19?

Il modo di fare scuola è cambiato. Siamo rientrati dopo un lungo periodo di non contatto con i ragazzi, dove per “non contatto” intendo quello fisico, fatto di sguardi, di una pacca sulla spalla. L’impossibilità di avvicinarsi a loro e chiedergli cosa non va, tutto questo è stato sostituito da una didattica a distanza nella quale abbiamo dovuto improvvisare: gruppi WhatsApp, conferenze sincrone e asincrone, insomma abbiamo sfruttato tutti gli elementi a disposizione per mantenere vivi i nostri rapporti umani. Oggi tante cose sono cambiate, per tutti e soprattutto per gli insegnanti nelle cui materie ci si apre alla discussione. Questa la maggior parte delle volte è fatta anche di silenzi, di sguardi, di tanti piccoli elementi che in realtà sono quelli che costruiscono la vera relazione. Anche questi scambi adesso sono più complicati.   

Quali sono le principali criticità?

In generale, è molto complicato rientrare a scuola e convivere con il Covid. Non tanto dal punto di vista tecnico, perché ci siamo impegnati ad organizzare la scuola con tutti gli elementi utili al distanziamento: i nastrini, i banchi, anche se è pur vero che siamo ancora in attesa dei banchi monoposto. Il problema principale riguarda proprio le relazioni. I ragazzi sono contenti di rientrare a scuola ma si rendono conto che è difficile stare ognuno per conto proprio, senza potersi avvicinare gli uni agli altri. Questo è ciò che pesa maggiormente, un problema che ancora non trova una facile risoluzione. 

Quale può essere la strategia vincente?

La collaborazione è indispensabile. La solidarietà tra docenti è fondamentale. Dobbiamo essere tutti sulla stessa linea. Il patto educativo si è rinnovato e rafforzato anche con i ragazzi. Quelle che prima erano considerate regole “lontane”, adesso vanno rispettate, non solo perché sono leggi ma perché attraverso queste passa l’attenzione per l’altro. Determinante è anche il lavoro dei collaboratori scolastici che, con grande disponibilità, garantiscono che gli spazi siano sicuri e igienizzati per tutti. 

Le famiglie come si pongono in questa situazione “nuova” anche per loro?

Si fidano della scuola. Le famiglie hanno scelto serenamente di mandare i loro ragazzi e auspicano che la didattica in presenza sia l’unica possibile. Il covid, anche in questo frangente ha portato la rimodulazione dei rapporti tra genitori e figli, i primi soprattutto si sono dovuti adeguare alle nuove tecnologie. Là dove i genitori non riescono a usare il device sono aiutati dai figli. Questo rafforza e crea una nuova alleanza anche in famiglia. Il grosso problema pratico in realtà è il trasporto, soprattutto per il basso Sulcis dove i ragazzi sono costretti a muoversi con i mezzi. 

Oltre alle difficoltà relazionali, quali altre novità vi aspettano?

Dal punto di vista formativo si va verso nuove prospettive con l’affiancamento della didattica tradizionale a quella che viene detta “didattica innovativa” con figure ad hoc, per esempio quella dell’animatore digitale che coordina quello che in realtà è un lavoro di gruppo, di collaborazione tra i docenti. Quest’anno grande spazio è lasciato anche all’educazione civica che entra a tutti gli effetti nel pacchetto didattico, erogata non da un unico docente, bensì da tutti.

Cosa significa questo?

Si tratta di un insegnamento che sarà trasversale nel quale entrano in gioco anche gli insegnanti di religione che per esempio si occuperanno di tematiche quali di volontariato, la malattia, il dolore innocente. Questa pandemia riapre la ferita mai sanata proprio del dolore innocente, che ci aiuta a volgere lo sguardo verso gli altri.

I ragazzi sono sensibili a queste tematiche?

Assolutamente si. Cerchiamo di mettere al centro il valore della persona e la tutela dell’altro, sia di coloro che ci sono prossimi, ma anche dell’umanità intera, indirizzando la nostra attenzione sui paesi del mondo che purtroppo vivono una condizione ben peggiore rispetto alla nostra. I nostri ragazzi, che hanno tra i 14 e i 19 anni, hanno paura di essere toccati da vicino dalla pandemia. 

Qual è il clima generale?

I ragazzi sono sensibili alla nostra positività e noi abbiamo il dovere di essere positivi. Se noi insegnanti proponiamo una prospettiva positiva anche loro sono più sereni. I giovani sono spensierati ma allo stesso tempo riflettono sul rispetto delle norme e stanno dimostrando una grande responsabilità e rispetto nei confronti degli altri. Il momento è difficile, certo, ma può essere occasione per una riflessione, per rinsaldare un dialogo sbiadito spento o abitudinario. La vita scolastica è importante e anche gli alunni lo hanno compreso. Infatti, la didattica a distanza, se pur bella e utile in tempi di lockdown, non può sostituire l’incontro in presenza.

 

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