“Essere” catechisti, ripartiamo dai genitori e dagli adulti

Catechesi ed esperienze in tempo di Covid-19. Come ripartire nelle parrocchie, intervista al direttore dell’ufficio catechistico diocesano don Maurizio Mirai

di Valeria Carta

Abbiamo iniziato il nostro giro di esperienze nelle parrocchie della diocesi per dare testimonianza di come le realtà parrocchiali si preparano a fronteggiare quella che doveva essere una ripartenza ma che piuttosto sembra a tutti gli effetti una seconda ondata di Covid-19. Non solo gli appuntamenti lasciati in sospeso dal lockdown di marzo, quali cresime e comunioni che non si sono mai celebrate, ma è chiaro che a questa problematica si aggiunge oggi il nodo irrisolto della catechesi e degli incontri in presenza. Cerchiamo allora di fare il punto della situazione con don Maurizio Mirai, direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano.

Ci siamo lasciati con un’equipe intenta a riorganizzare la “ripartenza”.  A che punto siamo oggi?
La situazione è molto incerta. Non sappiamo come si evolveranno le cose. Ma da quest’estate a oggi tutti i direttori degli uffici catechistici sono stati chiamati in causa con dei laboratori online per condividere le loro esperienze. Sono state individuate delle piste di riflessione da percorrere e anche un documento con le linee guida che le parrocchie sono invitate a prendere in mano. Nessuna ricetta già pronta insomma, semplicemente l’invito a riflettere su quelli che sono dei “nodi fondamentali”.

Per esempio?
Nel documento si parla di gerarchie pastorali, ossia della possibilità di fare discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Quattro sono gli elementi fondamentali di questo tempo: ascolto, narrazione, comunità, creatività, che come si capisce bene aprono a molti spunti. Il documento ci sta dicendo come sfruttare questo tempo nell’impossibilità di operare una catechesi “come si è sempre fatta”. A causa delle norme stringenti, infatti, non tutti dispongono di spazi atti ad ospitare i fedeli.

Di fatto la situazione sembra sia precipitata nel giro di poche settimane. Questa seconda ondata come rischia di impattare sulla “ripartenza” tanto sperata?
La paura nelle parrocchie è tanta. È questo ciò che emerge. La ripartenza siamo certi che ci sarà, ma bisogna aspettare. Più che sul “quando” porrei l’accento sul fatto che questo tempo ci interroga sul “come” ripartire, prendendo sputo da questo preciso momento storico. Come saremo dopo questa pandemia? È impossibile credere che tutto possa tornare come prima.

Cosa si può fare “praticamente”?
Oggi bisogna incrementare l’evangelizzazione. L’obbiettivo principale è forse quello di puntare su una nuova evangelizzazione. La catechesi affonda le sue radici in una scelta consapevole, mentre oggi abbiamo più bisogno di un “annuncio rinnovato” che riesca a trovare un terreno fertile, perché tante persone non ritengono più la fede una cosa essenziale.

Ripartire dagli adulti per arrivare ai giovani?
Esattamente. Bisogna rimotivare la fede degli adulti che troppo spesso non sono più dei punti di riferimento sicuri. Purtroppo anche i giovani sono entrati in un’ottica di utilitarismo per la quale “faccio solo ciò che mi è utile”. La fede mi è utile o no?!

Bisognerebbe chiederlo ai genitori. Avete provato a coinvolgerli?
Si, soprattutto durante la quarantena, abbiamo invitato i genitori ad essere in qualche modo catechisti dei propri figli, ma non tutti rispondono all’invito. Tuttavia ci sono delle nostre realtà diocesane che, in via del tutto sperimentale, contemplano la possibilità proprio che i genitori sia i catechisti dei loro figli.

Alcune realtà parrocchiali diocesane provano a ripartire, ma non tutte. Come si può andare incontro alla “paura” della gente?
C’è un grande combattimento nelle comunità. La linea comune è di aspettare ma allo stesso tempo di ricordare a tutti l’importanza della partecipazione alla Santa Messa. Dobbiamo ricostruire una comunità che si è dispersa, non a causa delle persecuzioni, come accadeva in passato, ma a causa della pandemia. In questo momento dobbiamo riallacciare i rapporti, invitare le famiglie ad andare a messa e, per quanto è possibile, usare l’omelia per fare catechesi, anche se non è un momento propriamente adatto a quello. È impossibile una catechesi a distanza, la presenza è fondamentale.

Insomma, bisognerebbe pensare ad “esserci” più che a fare?
Tra le varie competenza del catechista c’è prima di tutto “essere”. Anche se non possiamo fare, possiamo essere. Anche in questo si espleta la volontà di Dio. Loro per primi (i catechisti) sono invitati a rimotivarsi. Quest’anno non faremo il consueto incontro per il “mandato” ma è importante che loro sentano di essere degli esortatori, dei nuovi Saulo, capaci di un annuncio coraggioso! Questo tempo è un tempo anche di “selezione naturale” dei catechisti, infatti c’è sempre meno disponibilità.

L’equipe dell’ufficio catechistico come è vicina alle realtà parrocchiali?
Anche noi siamo disponibili all’incontro, a portare la nostra presenza nelle parrocchie. Dove mi invitano io vado a incontrare parroci, catechisti, le comunità per riflettere insieme su una ipotetica ripartenza. Vedo tanta incertezza nelle famiglie, anche come parroco, ma nonostante la paura, la mia è una disponibilità totale.

Ci sono delle direttive anche dal punto di vista regionale?
Il 28 ottobre abbiamo incontrato il direttivo regionale, e in quanto direttori di ufficio catechistico ci siamo rimessi a lavoro per rimotivarci e continuare a lavorare insieme anche al nuovo delegato per la Sardegna, Mons. Baturi, arcivescovo di Cagliari. È un segno anche questo, per incontrarci e riprendere insieme il cammino.

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