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Divario digitale e nella comunicazione, l’amaro costo dell’insularità

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di Giampaolo Atzei

La concreta esperienza ci dice che vivere in un’isola, sebbene non piccola e dalla struggente bellezza come la Sardegna, sia spesso una gran fatica. Dalla necessità di accorciare le distanze, evitare che il mare sia più un muro che un ponte, dando reale continuità all’appartenenza alla repubblica, è nato lo sforzo che la politica e la società civile sarda ha condotto negli ultimi tempi per l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione Italiana, affinché lo Stato riconosca questo “grave e permanente svantaggio naturale” e disponga “le misure necessarie a garantire una effettività parità ed un reale godimento dei diritti”. In prima fila in questa battaglia c’è stato il compianto Roberto Frongia insieme a Maria Antonietta Mongiu e altri nomi importanti della cultura e della società civile sarda. Lunedì sera, giusto su questo tema, la Commissione speciale del Consiglio regionale per il riconoscimento dell’insularità ha approvato la proposta di legge nazionale sulle “Misure straordinarie finalizzate alla compensazione dei costi dell’insularità della Sardegna”, il cui contenuto, approvato all’unanimità, è orientato a riequilibrare il deficit di Pil della Sardegna, calcolato in 5.700 euro pro capite l’anno.
L’insularità non è però solo un deficit nelle casse pubbliche, il metano che non arriva nelle case, il biglietto aereo e navale a prezzo concordato ma anche un tarlo che scava nella vita quotidiana, specialmente quando insularità fa rima con povertà, come nel caso della nostra Sardegna. Ecco allora che la sensazione di vivere in un mondo senza più distanze, immersi in un fiorire di chat e piattaforme web, nasconde dietro la foglia di fico dell’emergenza sanitaria un divario sempre più profondo, un solco digitale tra chi già ha (e pure c’è) e chi non ha (e quindi nemmeno è presente). In paesi dove non arriva nemmeno l’Adsl, altro che la Fibra o 5G, crescono figli costretti a casa dalla pandemia che vedono la didattica a distanza davvero per quel che è: distante, lontana, un surrogato della realtà. Per non parlare della difficoltà nell’attivare lo Spid, l’identità digitale che ormai è necessaria nelle relazioni con la Pubblica Amministrazione e l’attivazione del cashback degli scontrini. Numeri alla mano, non sorprende, ahinoi, che la provincia del Sud Sardegna sia il fanalino di coda in Italia per le connessioni web.
Diamo poi un’occhiata al mondo dell’informazione, basta entrare in un’edicola. Se un tempo era un fiorire di testate, nella libertà di scegliere e comprare il giornale che più ci aggradava, ora sono davvero pochi i quotidiani che continuano a essere diffusi in Sardegna e sono tutti appartenenti ai grandi gruppi editoriali. Provate a chiedere Il Manifesto, La Verità, Il Foglio, oppure Domani, tutti giornali di nicchia, d’opposizione se non di resistenza. Non li troverete più se non in digitale, nel web, addio carta stampata, perché qui in Sardegna si legge poco, si compra meno e per questi editori di minoranza la nostra isola è un costo insostenibile. E per chi non vuole leggere il giornale in uno smartphone, anche questa è un’opportunità perduta.
Il costo dell’insularità, misurato in questi due piccoli esempi di ridotta ma significativa portata, ci svela il vero costo della distanza, che non si può colmare solo con internet, perché ancora troppo spesso la rete per noi è come il mare, potrebbe essere un grande ponte e invece rimane un muro. E vivere nell’isola diventa ancor più un gran peso, specialmente per quei giovani di cui continuiamo a biasimare la fuga.  

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