Uno studio dell’Inps conferma l’incremento della mortalità tra marzo e aprile; anche in Sardegna i decessi in aumento del 13%
di Annalisa Atzei
“Una perdita incalcolabile. Non erano semplici nomi su una lista. Siamo noi”: poche righe seguite da un elenco di mille nomi con delle età. Così il New York Times ha ricordato nei giorni scorsi le vittime del coronavirus arrivate negli Stati Uniti quasi a quota centomila. In Italia sono ancora impresse nella memoria di tutti le immagini dei mezzi dell’Esercito con i feretri che da Bergamo venivano trasportati nelle altre città. Chi all’inizio raccontava che si sarebbe trattato di una semplice influenza si sarà ricreduto di fronte al contatore dei decessi che continua a girare oltre misura. In Italia sono oltre 32.700 le persone che hanno contratto il virus e non ce l’hanno fatta e, nonostante sia effettivamente impossibile definire la cifra esatta di morti per coronavirus poiché non tutti i decessi sono testati con un tampone, il confronto tra la mortalità nei periodi con e senza pandemia può fornire un’idea dell’impatto che il virus sta avendo sul nostro Paese.
Un report pubblicato dall’INPS conferma, infatti, che durante il periodo dell’emergenza Coronavirus la mortalità giornaliera è aumentata e questo incremento può essere attribuito con ragionevole certezza al Covid-19. Considerando il periodo dal 1° gennaio 2015 al 30 aprile 2020 si nota come con l’alternarsi delle stagioni varia anche la mortalità, con un aumento ciclico nei periodi compresi tra metà novembre e metà aprile e durante l’estate, in corrispondenza anche del periodo influenzale, e i valori minimi raggiunti in maggio e settembre. I grafici evidenziano però come effettivamente quest’anno tra inizio marzo e fine aprile si sia verificato un nuovo picco, più rapido e acuto rispetto agli altri, con quasi 3.500 morti al giorno. La zona più colpita è stata il Nord Italia con un incremento dell’84% (+94% per quanto riguarda i maschi), più contenuta la situazione al Centro e al Sud, con rispettivamente un incremento del +11% e +5%. A livello nazionale l’aumento della mortalità rispetto alla media ponderata dello stesso periodo nei cinque anni precedenti si è attestata al +43%, con gli uomini (+48%) sempre più colpiti rispetto alle donne (+38%). Osservando le fasce d’età, la mortalità giornaliera è aumentata in particolare tra le persone con un’età superiore ai 70 anni nel Nord Italia, dove si è quasi raddoppiata; decisamente inferiore l’incremento al Centro e al Sud, dove la mortalità è addirittura diminuita per le classi di età 0-49 e 50-59. Tra le province più colpite dalla pandemia (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e Piacenza) si è rilevato un incremento dei decessi superiore al 200%, con un picco a Bergamo di oltre il 300%.
A livello regionale, la Sardegna ha condiviso un report realizzato dall’Ufficio di Statistica della Regione in cui vengono elaborati i dati messi a disposizione dall’Anagrafe per Decesso, l’Anagrafe Nazionale Popolazione Residente (ANPR) e l’Anagrafe Tributaria su un campione rappresentativo dei comuni di tutta Italia. Nel dettaglio si può notare come, considerando il trimestre gennaio-marzo 2020 e il corrispondente periodo dal 2015 al 2019, anche se in misura decisamente ridotta rispetto ad altre regioni più coinvolte dalla pandemia, in Sardegna è confermato un incremento importante dei decessi nel mese di marzo (+13,7%). L’INPS conferma, con le dovute cautele, che è possibile attribuire la maggior parte di questi decessi al Covid-19, perché i dati del report (distribuzione territoriale, maggiore mortalità tra gli uomini rispetto alle donne) farebbero riferimento a un aumento della mortalità causato da un fattore esterno, ma altrettanto chiaramente scrive che per comprendere al meglio le vere conseguenze dell’epidemia si dovrà aspettare di debellare completamente il virus, cosa che potrà avvenire presumibilmente tramite un vaccino o una terapia antivirale efficace.

