
Pubblicato il report Istat 2019, nei comuni della diocesi solo un nato ogni 2,6 decessi, crescono nuovi modelli di famiglia
di Annalisa Atzei
Un record che batte se stesso. È questa la storia che si ripete dal 2017 quando per la prima volta dall’unità di Italia il Paese ha raggiunto il minimo storico di nascite. Da allora, ogni anno, l’Istat nel presentare i dati aggiornati del bilancio demografico in Italia conferma l’annus horribilis delle cicogne, con il minimo assoluto di bambini nati negli ultimi dodici mesi, delineando sempre più marcatamente il trend negativo che, ormai dal 2008, evidenzia una costante diminuzione delle nascite su tutto il territorio nazionale.
Come riportato nel nuovo Report “Bilancio demografico nazionale – Anno 2019” pubblicato dall’Istituto nazionale di statistica (Istat), al 31 dicembre 2019 la popolazione residente (60.244.639 unità) risultava inferiore di quasi 189 mila unità rispetto all’inizio dell’anno, confermando un persistente declino che in cinque anni ha portato il Paese ad avere 551mila residenti in meno. Il calo di popolazione residente – spiega l’Istat – è dovuto ai cittadini italiani, che al 31 dicembre ammontano a 54 milioni e 938 mila unità, circa 236 mila in meno dall’inizio dell’anno (-0,4%), per un totale di 844 mila italiani residenti in meno in cinque anni. Una perdita consistente che se volessimo quantificare da un punto di vista geografico equivarrebbe, per esempio, alla perdita dell’intera provincia di Genova o di Venezia. Nello stesso periodo, al contrario, la popolazione straniera ha continuato a registrare un incremento, ma anche quest’ultimo in calo rispetto agli anni precedenti: il numero di cittadini stranieri arrivato nel nostro Paese nel 2019 ha registrato -8,6%, mentre prosegue l’aumento dell’emigrazione di cittadini italiani all’estero (+8,1%). Rimane stabile rispetto agli anni precedenti la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica. Le aree più popolose del Paese si confermano il Nord-ovest (dove risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,0%), seguite dal Centro (19,9%), dal Nord-est (19,4%) e infine dalle Isole (11,0%). Ma il decremento di popolazione coinvolge tutte le ripartizioni: nel Nord-ovest e nel Nord-est è più contenuto (con delle percentuali veramente basse che sfiorano lo zero, rispettivamente -0,06% e -0,03% rispetto all’inizio dell’inizio anno), mentre i maggiori decrementi in un anno, superiori alla variazione media nazionale (-0,31%), si rilevano ancora una volta nelle Isole (-0,70%) e al Sud (-0,63%). Il primato negativo in termini di perdita di popolazione è del Molise (-1,14%), mentre si osservano incrementi di popolazione nelle province di Bolzano e Trento (rispettivamente +0,30% e +0,27%), seguite dalla Lombardia ed Emilia Romagna.
La situazione nell’Isola. In Sardegna i residenti al 31 dicembre 2019 erano un milione e 630mila, di questi poco più di 805mila sono uomini e quasi 830mila donne. Rispetto alla stessa data del 2018 si sono perse 9.117 unità, come se nel giro di un anno non esistessero più, salvo pochissimi superstiti, i comuni di Gonnesa e Portoscuso. Restringendo l’analisi ai 24 comuni della diocesi di Iglesias, appartenenti tutti all’area della provincia del Sud Sardegna, i numeri non sono confortanti, seppur in linea con l’andamento negativo individuato dalla macroarea “isole”. In particolare, rispetto agli anni scorsi, è maturato un decremento dei residenti che ha coinvolto tutti i comuni, mentre sino a due anni resisteva qualche saldo positivo, in parte ancora influenzato dal fenomeno dell’immigrazione che nel 2019 ha invece fatto registrare un segno meno anche per il saldo migratorio: mentre nel Paese in generale il numero degli immigrati continua a superare quello degli emigrati (+2,5), nel sud Italia e nelle isole i residenti che partono dalla propria regione superano quelli in arrivo. Nell’isola il saldo migratorio totale che considera sia il fenomeno interno che esterno è stato misurato pari a -0,5. Rispetto al numero di residenti invece, nel breve arco temporale di due anni, i comuni della diocesi sono passati dai 928 abitanti persi in un anno nel 2017 ai 1.789 persi nel 2019, raddoppiandosi in appena 24 mesi.
Crollo delle nascite. Lo scenario non cambia se si guarda al saldo naturale tra nati e morti, con appunto il nuovo record negativo di nascite dall’Unità d’Italia per il 2019: gli iscritti in anagrafe per nascita sono stati appena 420.170, con un decremento di oltre 19mila unità sul 2018 (-4,5%); un calo registrato in tutte le ripartizioni, ma più accentuato al Centro (-6,5%). In Sardegna nel 2019 sono nati 8.858 bambini e morti 17.003 residenti, in pratica ad ogni nuovo nato sono corrisposti circa due decessi (1,9). Nella diocesi di Iglesias il rapporto tra nati e morti è anche peggiore: con 553 nascite e 1.432 morti, il rapporto è di due funerali e mezzo per ogni bambino nato (2,6). Naturalmente in questa situazione di forte crisi demografica, ad avere la peggio sono i piccoli comuni in cui l’ampio divario tra nascite e decessi è ormai incolmabile. A preoccupare naturalmente in misura maggiore è il numero sempre più basso di nascite, nell’ultimo anno influenzato anche dalla diminuzione del numero di stranieri nati in Italia. L’Istat fa infatti notare come, in una popolazione caratterizzata da un accentuato invecchiamento demografico come quella italiana, in realtà la tendenza all’aumento dei decessi è in parte strutturale (nel 2019 l’aumento del numero dei morti è stato molto contenuto con appena 1.300 in più rispetto al 2018). Tuttavia, sempre nel report dell’Istat viene spiegato come questa tendenza di fondo possa essere perturbata dall’azione di eventi congiunturali (per esempio condizioni climatiche particolarmente avverse o favorevoli, maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali) i quali possono influire sull’andamento mensile del fenomeno. La stagionalità dei decessi nel 2019 non presenta a questo riguardo particolari criticità rispetto ai quattro anni precedenti, così come il calendario dei decessi mette in evidenza che nel trimestre febbraio-aprile 2019 si sono registrati il 26,5% dei decessi avvenuti nel corso dell’anno, in linea con gli anni scorsi. Sarà dunque molto interessante fra un anno leggere i dati aggiornati alla luce di quanto avvenuto tra febbraio e maggio di quest’anno in seguito all’epidemia di coronavirus.

Gli effetti del Covid-19. A questo riguardo è però possibile già fare delle previsioni. L’Ufficio di Statistica della Regione ha messo a disposizione nei giorni scorsi delle tavole con il riepilogo dei dati sulla mortalità in Sardegna, attraverso un incrocio dei dati comunicati dall’Istat, dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente e dall’Anagrafe Tributaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze che rileva il flusso dei deceduti. Si tratta naturalmente di numeri non ancora definitivi che potranno subire delle variazioni con i prossimi aggiornamenti, ma che in qualche modo delineano una tendenza attendibile del trend di variazione dei decessi. Utilizzando un campione rappresentativo dei vari territori, si nota come effettivamente a livello nazionale nel mese di marzo e aprile 2020 si è verificato un incremento della mortalità rispetto alla media dello stesso periodo negli anni dal 2015 al 2019, incremento che in alcune aree è stato più marcato che in altre. È il caso della Lombardia, in assoluto la regione più colpita dalla diffusione del coronavirus, che nei mesi di marzo ha segnato un +182,8% dei morti (+110% ad aprile), per poi tornare a livelli contenuti già nel mese di maggio con un aumento del 7%. Incrementi significativi si sono verificati negli stessi due mesi anche in altre regioni, prevalentemente al nord, in coincidenza dunque con le aree maggiormente coinvolte dall’epidemia (in Sardegna a marzo +9,3% e ad aprile +2,5%). In generale, si è verificato un decremento nel mese di maggio (per la Sardegna -14,3%, per il Mezzogiorno -6,2% e a livello nazionale per l’Italia -3,1%).
Nuovi modelli di famiglia. Sin qui sono dunque i numeri a parlare e a richiamare ancora una volta l’attenzione su un fenomeno che oggi spaventa anche più del coronavirus, perché minaccia seriamente il futuro del Paese: l’Italia è un paese sempre più vecchio e la crisi demografica in corso, anticipata già dalle stime condotte quarant’anni fa ma evidentemente ignorate, sta raggiungendo livelli drammatici. Tutti sono concordi nell’individuare il problema non nel numero di decessi, di per sé anche naturale considerata la presenza di una popolazione con molti anziani, ma nel livello sempre più basso della natalità. Sono ormai 40 anni che in Italia non avviene un cambio generazionale tra nati e morti e nel 2019 il saldo negativo ha registrato il nuovo record di 214 mila unità di decessi in più rispetto ai nuovi nati. Gli italiani non fanno più figli e, nonostante il dichiarato desiderio di maternità e paternità, la realtà racconta ben altro. Interessante a questo proposito la recente pubblicazione del nuovo Rapporto Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia) che inquadra la situazione della famiglia nella società attuale, considerati i punti di vista dei giovani e delle influenze digitali, alla luce della fragilità demografica del Paese. Quello che emerge anche da questa lettura non è incoraggiante: oggi le famiglie con uno o due componenti rappresentano la maggioranza delle famiglie (60,2%), mentre per quasi il 59% dei giovani intervistati è indifferente il modello familiare in cui vivere. Si stima che nel 2038 i nuclei familiari aumenteranno di un milione, ma solo perché si assisterà ad una ulteriore parcellizzazione: le famiglie con figli passeranno dal 35% al 30% e di conseguenza aumenteranno le coppie senza figli (+2,7%) e le persone sole (+2,2%). Addio dunque alla famiglia come l’abbiamo conosciuta e immaginata sino a oggi e, di conseguenza, addio alla speranza di poter rialzare la curva della natalità. La precarietà economica e lavorativa unita alla difficoltà dei giovani a organizzare il proprio tempo porterà a fare scelte sempre più restrittive che non includeranno il desiderio di un figlio: le proiezioni per i prossimi vent’anni danno il 57% dei giovani maschi tra i 25 e i 34 anni ancora a casa nella propria famiglia di origine (47% per le ragazze), di questi solo il 13% pensa a una famiglia con figli, mentre il 10% non ne vuole; un altro 19% ipotizza di andare a vivere da solo ma senza progetti. Tra le ragazze solo il 25% pensa di sposarsi e avere dei figli.
L’analisi dei vescovi. “Attraversiamo un inverno demografico, ma non si vedono i segni di una prossima primavera” ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, in occasione di un’intervista commentando i dati pubblicati dall’Istat. “La natalità non è più una ricchezza per i genitori e la società, ma una causa di miseria e di impedimento al successo”. Difficile immaginare nell’immediato un’inversione di rotta significativa, tuttavia nonostante da anni fosse chiaro il rischio a cui si andava incontro, gli interventi a favore delle famiglie e dei giovani si sono sempre rivelati inefficaci o inadeguati. Eppure, esistono anche realtà in controtendenza, in cui condizioni particolarmente favorevoli aiutano le persone a riappropriarsi dei valori sani e unificanti della famiglia. È il caso del comune di Arezzo, in Toscana, dove nell’ultimo anno si è registrato un aumento delle nascite del 5,8%. Un piccolo ma significativo esempio che vuole essere di buon auspicio per tutto il Paese.
