
Dopo lo stop alle esportazioni deciso dal governo, la crisi della fabbrica tra Iglesias e Domusnovas si scarica sui lavoratori
Ufficio diocesano problemi sociali e lavoro
A cura di Manolo Mureddu
Che la vicenda RWM fosse di quelle che interrogano la coscienza di ognuno e per le quali non esistono semplici soluzioni o facili ricette basate su verità incontrovertibili e assolute, era cosa già nota; perlomeno alle persone meno avvezze a misurarsi unicamente sul terreno della demagogia spicciola.
Il fatto stesso che il cosiddetto embargo – introdotto l’estate scorsa – alla vendita dei munizionamenti prodotti a Domusnovas a Paesi definiti belligeranti come l’Arabia Saudita, non solo non ha minimamente influito nello scenario di guerra yemenita nel quale tali bombe venivano utilizzate e dove a tutt’oggi si combatte, ma nemmeno nei robusti flussi commerciali (oltre 7 miliardi di euro all’anno) tra il Belpaese e quello meno bello del “wahabbismo”, guidato dalla monarchia assoluta degli “Al Saud”, è emblematico in tal senso.
La guerra non si è interrotta, gli aerei sauditi continuano a bombardare anche le popolazioni civili e l’Italia, il nostro Paese, ha proseguito nell’acquisto di petrolio e altri beni dall’Arabia Saudita, la quale, anche grazie ai proventi della vendita del greggio, ha continuato a finanziare le proprie azioni militari per cercare di imporre nell’area il proprio status di potenza regionale ai danni dello storico nemico iraniano.
Un’ambiguità di fondo sulla quale, con tutta evidenza, i governanti italiani hanno voluto districarsi per tentare di smacchiarsi la coscienza e per assecondare le pulsioni ideologiche di chi sul piano teorico vorrebbe (spesso solo a parole) cambiare e migliorare il mondo ma spesso non sa riconoscere nemmeno la più visibile fra le sofferenze che emergono vicino a casa propria.
E ancorché la vendita di armi sia eticamente e moralmente deprecabile, una battaglia politica degna di questo nome avrebbe acquisito maggiore credibilità se fosse stata orientata alla chiusura di ogni realtà produttiva nazionale impegnata in questo specifico business.
D’altronde, perché mai l’Arabia Saudita sarebbe più indegna di ricevere armi che, ad esempio, la Turchia, membro NATO (ossia armata dall’occidente, noi compresi), la quale da anni compie azioni militari verso il popolo curdo, da alcuni mesi verso quello libico, ed è fra le maggiori nazioni sospettate di aver foraggiato il terrorismo islamico in Medio Oriente con tutto ciò che ne ha conseguito in termini di perdita di vite umane e di destabilizzazione economico/sociale per interi Stati sovrani?
Si potrebbero fare molti esempi sulla solita politica dei due pesi e delle due misure in base agli interessi geopolitici del momento. Ma sarebbe solo un esercizio ripetitivo e ormai stranoto su come gira il mondo.
Ma andando oltre i ragionamenti nazionali e internazionali, verrebbe anche da chiedersi che classe governativa può mai essere quella che prende decisioni così drastiche senza però curarsi delle ripercussioni delle stesse nei confronti dei propri cittadini?
Se l’obiettivo dell’embargo alla RWM era quello di bloccare la guerra in Yemen o limitare i bombardamenti verso i civili, di sicuro non è stato centrato. I civili, purtroppo, continuano a morire e soffrire sotto le bombe o per gli effetti della guerra, mentre dalle nostre parti, purtroppo, 110 persone hanno perso il lavoro nell’ottobre 2019, altre 80 lo perderanno dal prossimo agosto e ulteriori novanta attualmente occupate nello stabilimento di Domusnovas saranno presto collocate in cassa integrazione.
Il tutto in uno dei territori maggiormente depressi dal punto di vista economico dell’intera superficie nazionale. Dove perdere il posto di lavoro significa, tout court, essere condannati alla povertà perpetua insieme alla propria famiglia.
È chiaro che nessuno vorrebbe mai barattare il proprio posto di lavoro con la sofferenza altrui, in loco o in qualsiasi altra parte del mondo. Ma quando non si hanno alternative occupazionali concrete per sostenere la propria famiglia, spesso non si ha la lucidità e nemmeno la serenità per interrogarsi compiutamente su ciò che potrebbe essere giusto o meno per provare a cambiare, come una goccia in un oceano, le innumerevoli contraddizioni del mondo.
Sarebbe certamente spettato più a una classe dirigente politica illuminata identificare, anticipatamente, ogni soluzione per evitare che all’incredibile supplizio dei popoli condannati alla guerra, si unisse anche la nuova sofferenza (certamente incomparabile allo strazio di chi vive sotto le bombe, ma pur sempre dolorosa) di centinaia di padri e madri condannati nel nostro territorio a non poter più garantire un futuro dignitoso alle proprie famiglie.
E invece questo non è accaduto e finora l’emblematico embargo alla RWM ha sortito l’unico effetto di rendere ancor più povero e disastrato il Sulcis Iglesiente.
Tuttavia, l’ultimo incontro tenutosi lunedì 27 luglio nella sede della Prefettura a Cagliari alla presenza del Prefetto Bruno Corda, del Sottosegretario alla Difesa Giulio Calvisi e delle organizzazioni sindacali, ha acceso la speranza su possibili prospettive di rilancio dello stabilimento di Domusnovas basate sulla diversificazione produttivo/commerciale grazie al coinvolgimento della società tedesca nel settore della “difesa nazionale” e in generale europeo e della NATO. Un percorso alternativo che, secondo quanto emerge dalle indiscrezioni, non dovrebbe sostituire totalmente gli asset di mercato persi con l’embargo introdotto nel 2019, ma quantomeno potrebbe limitare i danni e di conseguenza rimpicciolire la percentuale di esuberi fra le maestranze.
La soluzione, se realmente saranno concretizzati gli intendimenti sul tavolo vertenziale, arriva certamente in ritardo di un anno ma finalmente sancirà un’assunzione di responsabilità del governo nazionale su una vicenda irresponsabile e per certi versi tafazziana.
