Recovery fund fatto dai sardi

Impegno dei cattolici in politica e responsabilità sui temi particolarmente urgenti, significativi, per il presente e il futuro della Sardegna

di Cristiano Erriu
ex Assessore Regionale Enti Locali

L’esortazione di Papa Francesco ad un impegno forte e diretto dei cattolici sui processi politici di costruzione del bene comune, in chiave di solidarietà e di partecipazione, rende quasi un obbligo morale proporre alla discussione e al dibattito pubblico una serie di temi che ci paiono particolarmente urgenti e significativi per il presente e per il futuro della Sardegna. È necessario farlo in modo aperto e senza pregiudizi, con chiarezza di intenti, consapevoli della necessità di contrastare una certa diffusa tendenza all’accidia e alla passività. Le ricette economiche proposte dalla politica e dagli addetti ai lavori – spesso di corto respiro – non rassicurano affatto i cittadini, in particolare i giovani, e le imprese. Esse non prefigurano nuovi orizzonti di benessere. Nella cassetta degli attrezzi di quanti sono stati educati alla lettura e alla pratica della Dottrina Sociale della Chiesa, il concetto di Bene Comune ha sempre fornito una base per un approccio utile ad affrontare sfide e difficoltà sempre nuove e spesso inedite. Per fare questo occorre la pazienza dell’approfondimento, della cultura, del discernimento. Doti che appaiono oggi tanto più utili e indispensabili quanto più si accresce la disponibilità di flussi di informazioni che insinuano la convinzione che esse possano dare, insieme alla scienza, una risposta a tutti i problemi. In realtà sappiamo che non è affatto così. L’overdose dei dati produce frequentemente un effetto opposto: paralizza la comprensione, accresce la tolleranza dell’intollerabile, anestetizza l’empatia e la compassione. L’uso massivo della rete toglie l’alibi dell’ignoranza, ma non copre dai rischi della “conoscenza inutile”. Inoltre, l’evoluzione digitale del lavoro ci pone ogni giorno di fronte a interrogativi su quanti sono in grado di sfruttare a loro favore le conoscenze e quanti, viceversa, rimangono esclusi ed emarginati nel loro limbo di incertezze e di mancanza di opportunità. I vari populismi attingono a piene mani dagli strumenti della tecnopolitica per via della loro capacità di seduzione e di manipolazione delle coscienze. Le forme tradizionali della militanza politica e di aggregazione politica e di costruzione del consenso popolare sembrano messe in un angolo. Tra i tanti interrogativi senza ancora plausibile risposta vi sono alcuni punti fermi: la critica alle istituzioni rappresentative è legata anche al fatto che esse sono ancorate a una dimensione territoriale e geografica limitante mentre le cause, le conseguenze e le risposte a tante questioni poste dall’era digitale sono in gran parte glocali; le reti sociali (formali e informali) aprono spazi di partecipazione e di cittadinanza che le forme tradizionali di rappresentanza politica non riescono offrire in modo ritenuto credibile. Per quanti vogliano esercitare in modo attivo e concreto una propria testimonianza politica nel segno del Bene Comune non mancano le sollecitazioni: prendere atto che lo Stato nazionale è incapace di procurare da solo il bene di tutti (sussidiarietà e globalismo); non accontentarsi del principio utilitaristico del maggior benessere possibile ma richiedere che non ci si dimentichi di nessuno; contrastare la tendenza a ogni forma di centralismo che affida la soluzione e dei problemi alle sole istituzioni pubbliche (rapporto tra pubblico e privati); porre la realtà al di sopra dell’idea e affermare che il senso del Bene passa dalla sussidiarietà e dal contatto con la realtà. Questa impostazione propone quindi una prospettiva della giustizia sociale incentrata sulla partecipazione attiva e intende lavorare soprattutto allo sviluppo e all’incentivazione delle “capacità” di ciascuno che si trasformano in “libertà” di tutti e di ciascuno. In questo quadro per i cattolici che “vanno a ripetizione” da Papa Francesco, uno dei temi di maggiore attualità e di grandi ricadute socio-economiche è la programmazione delle risorse straordinarie messe a disposizioni della Sardegna attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione Europea nell’ambito del Next Generation Eu, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid 19. Le Linee guida sono state approvate già da qualche mese e puntano al raggiungimento di obiettivi ambiziosi che potrebbero essere determinanti per il futuro della Sardegna. Purtroppo l’importanza e la rilevanza dei temi posti risultano inversamente proporzionali alla quantità e alla qualità del dibattito pubblico che in Sardegna risulta asfittico e pressoché inesistente, persino all’interno dei livelli di rappresentanza politica e istituzionale. Non si vede all’orizzonte nessuna discussione, nessun coinvolgimento delle forze sociali, sindacali e e associative, nessuna iniziativa forte degli Enti Locali. In altri momenti della vita autonomistica vi è stata un’attenzione assai maggiore e più organica ai temi della programmazione economica e della Rinascita. In quelle stagioni si è riscontrato un sussulto politico e culturale che, in alcune circostanze, ha prodotto consenso sociale, leadership, capacità di governo e di gestione amministrativa, volontà di autoriforma in linea con l’evoluzione dei bisogni della società. Si deve tornare, per il bene della Sardegna, a una nuova mobilitazione delle coscienze, questa volta anche sulle orme della “Economia di Francesco”.

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