Pentecoste: dono e missione

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Narrata da Luca negli Atti degli Apostoli, l’effusione dello Spirito Santo è compimento della pasqua di risurrezione di Gesù Cristo

di Carlo Cani

L’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste è narrata da Luca negli Atti degli Apostoli al cap. 2, 1-13 come compimento della pasqua di risurrezione di Gesù, dono promesso dal Padre, e nascita della Chiesa comunità aperta al dialogo con il mondo, in tutto e per tutto fedele al mandato del Risorto di essere sua testimone “fino ai confini della terra” (At 1,8).
“Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatté impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,1-4). Il racconto si apre con la menzione del giorno della Pentecoste, una festa della comunità ebraica che anticamente segnava la conclusione del raccolto e che, in epoca più recente, celebrava il dono della Legge e dell’alleanza sul Sinai. Per Luca la discesa dello Spirito sigilla il rinnovo dell’alleanza di Dio con il suo popolo, anzi, con l’umanità intera. Per descrivere la venuta dello Spirito, Luca ricorre al vocabolario tipico delle teofanie dell’Antico Testamento: il fuoco e il vento sono elementi caratteristici delle manifestazioni del Dio di Israele (cfr. Es 3,2-3; 19,18; 24,17; Is 66,15; 1Re 19,11; Sal 50,3; 104,4). Il primo effetto dell’azione dello Spirito consiste nel permettere agli apostoli di parlare lingue diverse. Si tratta di un parlare missionario, espressione di una Chiesa che è anzitutto evento comunicativo accessibile a tutti, nessuno escluso. Il contenuto di tali parole viene svelato al v. 11: “… li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”, affermazione che riecheggia i cantici di Maria (cfr. Lc 1,46-55) e di Zaccaria (cfr. Lc 1,68-79). La Chiesa, comunità dei credenti è anzitutto chiamata a magnificare l’agire di Dio nella storia della salvezza.
“Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11 Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”. 12 Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa questo?”. 13 Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino dolce” (At 2,5-13). Dopo il racconto dell’irruzione dello Spirito, Luca descrive la reazione degli astanti. Lo stupore della folla è tipico delle teofanie dell’Antico Testamento, a conferma della straordinarietà dell’evento accaduto. L’elenco dei popoli ai vv. 9-11a, indica l’universalità in riferimento all’azione potente dello Spirito di Dio. Il dono dello Spirito abbraccia tutti i popoli. Secondo i Padri della Chiesa, il parlare in lingue suscitato dallo Spirito farebbe da contraltare alla confusione di Babele narrata in Gen 11,1-9. Ma il vero miracolo della Pentecoste è che singoli individui, provenienti da culture diverse, siano in grado di comprendere il messaggio del Vangelo, senza confusione o ambiguità: “lo Spirito può trascendere ogni cultura o piuttosto abitare ogni cultura, per far ascoltare e comprendere le meraviglie di Dio. In altri termini, lo Spirito di Pentecoste fonda la Chiesa come una comunità diversa nella quale la comunicazione universale è un dono” (D. Marguerat). In fondo questa è la grande missione della Chiesa: comunicare all’umanità, senza discriminazioni, la salvezza di Dio. Essere chiesa non significa monotona uguaglianza, né tanto meno appiattimento delle differenze. Di questa chiesa nata dal dono dello Spirito a Pentecoste, Luca traccia un profilo ideale proposto a tutte le altre comunità cristiane: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). Essere Chiesa significa ‘diventare un cuor solo e un’anima sola’, trovare la giusta accordatura e la propria collocazione all’interno dello spartito per dar vita a una splendida sinfonia.
La Chiesa è cattolica, cioè universale, e là dove popoli nuovi entrano nell’ovile di Cristo, lo Spirito Santo compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli, che danno speranza e rinnovano la Chiesa. San Giovanni Paolo II scrive: “Lo Spirito è il protagonista di tutta la missione ecclesiale. La sua opera rifulge eminentemente nella missione alle genti” (Redemptoris Missio n. 21). “È lo Spirito che spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale” (n. 25).
“Il nostro tempo, con l’umanità in movimento è in ricerca, esige un rinnovato impulso dell’attività missionaria della Chiesa. Gli orizzonti e le possibilità della missione si allargano, e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. È Lui il protagonista della missione” (n. 30).

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