Le ferite mai chiuse della Terra Santa

Violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione

di Raffaele Callia

“Seguo con grandissima preoccupazione quello che sta avvenendo in Terra Santa. In questi giorni, violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele hanno preso il sopravvento, e rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione. Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere. Inoltre, il crescendo di odio e di violenza che sta coinvolgendo varie città in Israele è una ferita grave alla fraternità e alla convivenza pacifica tra i cittadini, che sarà difficile da rimarginare se non ci si apre subito al dialogo”. Con queste parole, pronunciate dopo il Regina Coeli di domenica 16 maggio, Papa Francesco ricorda le nuove violenze esplose nella Terra Santa: le ultime di una lunga serie, in un territorio che sembra non poter conoscere un destino diverso.
A riaccendere le polveri, questa volta, sono stati anzitutto gli scontri esplosi a Gerusalemme durante il Ramadan, a seguito del dispiegamento di militari israeliani lungo la Spianata delle Moschee (dove diversi fedeli si sono rifiutati di rispettare delle nuove regole sulla sicurezza, giudicate umilianti) e nel quartiere storico di Sheikh Jarrah, dove le autorità israeliane hanno espropriato una trentina di famiglie palestinesi, proseguendo la politica di colonizzazione coatta con cui da decenni si sta garantendo la progressiva spoliazione del popolo palestinese.
A prevalere, ancora una volta, è la logica della violenza che suscita altra violenza, così come purtroppo accade in Terra Santa da diversi decenni; in un momento politico di estrema fragilità per entrambe le parti (israeliana e palestinese), con gli affanni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che non ha i numeri per costituire un nuovo governo nonostante tre elezioni nell’arco di poco tempo, e la leadership in forte declino di Abu Mazen quale presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Una logica della violenza che si amplifica a dismisura, come sempre accade, in una situazione di vuoto di potere interno e di sostanziale indifferenza da parte della comunità internazionale. Ecco perché da Gerusalemme il conflitto si è esteso in altre zone, spostandosi in particolare nella Striscia di Gaza e lungo i confini con i territori dello Stato israeliano.
Proprio a Gaza, un territorio tra i più densamente popolati al mondo, con i suoi 378 chilometri quadrati e una popolazione di oltre 2 milioni di persone per lo più in condizioni di precarietà socio-economica e sanitaria e sottoposte a un rigido embargo da parte di Israele, si stanno verificando pesanti bombardamenti in risposta al lancio di missili da parte di Hamas. Violenza – appunto – che suscita altra violenza, con il risultato che a pagare il prezzo più alto è come sempre la popolazione civile. Distruzione, morte, odio e vendetta sembrano le uniche parole in grado di connotare la coabitazione di diverse espressioni culturali e religiose in quel territorio così importante, il quale dovrebbe poter avere un destino diverso da quello a cui si sta assistendo.
Purtroppo, come ha scritto la stampa più attenta alle vicende mediorientali, a parte i rituali appelli al dialogo e al cessate il fuoco, per la crisi attuale non si è attivata in tempi rapidi una mobilitazione diplomatica al fine di rilanciare il processo di pace israelo-palestinese. Lo stesso Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha faticato non poco nel produrre una dichiarazione comune, giudicata da molti assai tiepida. A ben vedere, la via diplomatica rimane sempre la via maestra; in realtà l’unica per evitare non solo altro spargimento di sangue ma anche che il conflitto degeneri e si estenda geograficamente, tenuto conto dei vincoli e degli interessi internazionali in gioco. Sono troppe le risoluzioni dell’Onu rimaste lettera morta e sono troppe le responsabilità internazionali ignorate.
Da parte sua, Caritas Italiana rimane sempre in contatto con Caritas Jerusalem, con cui collabora da anni con interventi sanitari nella Striscia di Gaza, gemellaggi e altro, garantendo il proprio sostegno in favore degli aiuti umanitari e dell’assistenza di base. A ricordare la significativa presenza dei cristiani in quella Terra, spesso trascurata e invece così importante nei processi di mediazione tra le parti in conflitto. Una presenza, come ha ricordato in un recente appello il Patriarca latino di Gerusalemme, Mons. Pierbattista Pizzaballa, capace di essere voce profetica di fronte alle gravi ingiustizie e alla violenza di questi giorni: “Lo sgombero forzato dei palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah – scrive Mons. Pizzaballa – è anche una violazione inaccettabile dei diritti umani più fondamentali, il diritto alla casa. È una questione di giustizia per gli abitanti della città vivere, pregare e lavorare, ognuno secondo la propria dignità; una dignità conferita all’umanità da Dio stesso. In merito alla situazione a Sheik Jarrah – prosegue il Patriarca –, facciamo eco alle parole dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che ha detto che lo stato di diritto è “applicato in modo intrinsecamente discriminatorio”. Questo è diventato un punto di forza principale tra le crescenti tensioni a Gerusalemme. La questione oggi non è un problema di controversia immobiliare tra parti private. È piuttosto un tentativo guidato da un’ideologia estremista che nega il diritto di esistenza di una persona nella propria casa”.
È dunque urgente che si ritorni a parlare attraverso la lingua della diplomazia, con una mediazione onesta e disinteressata, che sappia far tacere al più presto le armi e richiamare tutte le parti in causa alle proprie responsabilità giuridiche internazionali.

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