Nel voto per il Quirinale la fragilità della politica

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Nella rielezione di Mattarella alla presidenza della Repubblica il sacrificio di un uomo e la crisi delle principali forze politiche

di Giampaolo Atzei

Un mesto modo per passare alla Storia. Nel 2018, le elezioni politiche ci consegnarono un Parlamento inedito, che gridava rivoluzione, tra grida di populismo e speranze di sincero rinnovamento. Sappiamo poi come è andata, la passata settimana quello stesso Parlamento – eletto da nemmeno quattro anni ma sembra un’era geologica fa – è stato incapace di scegliere un nuovo capo dello Stato, implorando da Sergio Mattarella la disponibilità ad essere rieletto.
Fiumi di inchiostro sono già scorsi sull’argomento, si è spiegata la difficoltà del momento, l’urgenza della lotta alla pandemia e del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la complessa partita tra la scelta di un nuovo presidente e il mantenimento di un’azione efficace di governo, la conservazione di una coalizione di unità nazionale faticosamente tenuta insieme. Tutto vero, osservazioni accettabili che però confermano come questo delicato passaggio storico non abbia trovato gli interlocutori che meritava.
La politica in fin dei conti è una scienza, non esatta, legata agli umori degli uomini, però necessita competenza e spirito di servizio. Se la si vive senza gli strumenti adeguati, con interesse privato prima che pubblico, i risultati sono quelli che vediamo sotto i nostri occhi: macerie di partiti, istituzioni commissariate, incapacità di fare scelte difficili. Quella che Mattarella ci ha offerto è stata una prova di attaccamento allo Stato, al bene comune soprattutto, anche sopra le personali aspirazioni di vivere in serenità la propria vecchiaia. Immaginando l’uomo di fede nell’intimo del primo servitore della Repubblica, il suo sì alla rielezione sarà stato vissuto come un sacrificio di un servo inutile che tiene lo sguardo dritto sul dovere di servizio democratico. Di questa settimana difficile, conserviamo questa immagine di bellezza quasi eroica.
Purtroppo, gli eroi però brillano dove regna il grigiore, e così è stato anche stavolta. Mattarella era ed è rimasta la soluzione più comoda per uscire dal vicolo cieco in cui ci si ritrovava: trovare una personalità che fosse fortemente rappresentativa per tutti. Dopo anni passati a fronteggiarsi violentemente, a demolire sennò addirittura odiare l’avversario, a valorizzare le differenze, quante speranze aveva di riuscire il metodo della condivisione, della ricerca costruttiva di un nome in cui riconoscersi? La risposta è nei fatti, assieme alla certificazione di debolezza della classe politica nazionale, fragile di costituzione e formazione, debole come un Paese che non guarda al futuro, i cui governanti non riescono a immaginare un mondo senza di loro.

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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 4 del 6 febbraio 2022

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