Laboriosi come le api di Notre Dame

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Sfogliando le agenzie, tra le notizie che scorrono sotto i nostri occhi una mi ha rapito l’attenzione. Riguarda le api di Notre Dame, a Parigi. Un anno fa, rimanemmo tutti atterriti dall’immane rogo che minacciava di bruciare la cattedrale nel cuore della Ville Lumière. Spente le ultime fiamme, chi sapeva della presenza di questi insetti laboriosi, diede la loro vita per spacciata. Troppo alte le temperature, addirittura in alcuni punti si erano raggiunti anche gli 800°C, troppo denso il fumo, troppa la polvere di piombo che si era sparsa nella zona, dopo il crollo dell’alta guglia e del tetto. Ma gli esperti non avevano fatto i conti con la voglia di vivere di circa 200mila api che dal 2013 hanno casa nei tre alveari sistemati sul tetto della sagrestia della cattedrale. Incredibile a dirsi, le arnie non erano state minimamente intaccate dalle fiamme e le api, superate le ore dell’emergenza, erano tornate all’opera. Proprio come hanno continuato a fare in queste settimane di lockdown. Mentre, infatti, Parigi era desolatamente vuota e i parigini erano rintanati in casa, loro hanno continuato a volare per la città, raccogliendo il polline dai fiori che hanno riempito coi loro colori e profumi giardini e parchi finalmente liberi dalla morsa del traffico e dello smog. E così, mentre i francesi erano alle prese con lo “smart working”, loro hanno continuato nel loro “still working”. A fine maggio, appena l’emergenza sanitaria lo ha permesso, gli apicoltori che seguono le tre colonie di api sono saliti sul tetto della sagrestia e hanno potuto appurare personalmente che anche quest’anno le api, grazie alla loro operosità, saranno in grado di produrre un’ottantina di chili di miele di ottima qualità.
La storia delle api di Notre Dame, in fin dei conti, è la storia della nostra resilienza. Ci pieghiamo ma non ci spezziamo, dopo la notte sorge sempre il sole e così è stato anche per questa dura prova della pandemia. Probabilmente ci sarà una seconda ondata del coronavirus, ma siamo preparati. Alla prima invece non eravamo pronti, ci è venuta addosso, magari un giorno capiremo ancora meglio cosa è successo. Si è lasciata dietro tanto dolore, privazioni, sofferenza: nel privato delle famiglie che piangono i familiari morti, nella pubblica crisi che ha prostrato l’economia e le relazioni sociali. Eppure ci riprenderemo, come le api sotto il tetto di una cattedrale ferita. Come i nostri nonni, i nostri genitori, che sono usciti da una guerra dissennata in cui l’Italia entrava sciaguratamente il 10 giugno di ottant’anni fa. E come quelle api anche noi lavoriamo, nel ronzio operoso delle nostre arnie, per ricostruire ancora una volta il nostro Paese. Perché quando dicevamo #andràtuttobene, noi ci credevamo davvero.

Giampaolo Atzei
@JuanpAtz

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