
Una meditazione alla luce della fede sul tempo di emergenza, partendo dal vissuto, oltre le emozioni vaghe e le preoccupazioni
Le Sorelle Povere di S. Chiara (Iglesias)
Nel periodo di “clausura forzata” dovuta alla pandemia, molti di noi, ritrovandosi in una dimensione di maggiore silenzio interiore, hanno riflettuto e hanno valutato la loro vita con uno sguardo diverso avvertendo come una chiamata ad andare al fondo delle cose, a cercare un senso nuovo agli avvenimenti e allo stesso esistere. Adesso però che il peggio è passato corriamo tutti il rischio di farci prendere dall’ansia e dalla legittima preoccupazione per il domani, per il lavoro, per i problemi dell’economia e dal desiderio di respirare e uscire dall’oppressione e dalla paura, perdendo così tutto il frutto di bene che potrebbe venire da questo tempo impegnativo, dimenticando sia le forti esperienze di sofferenza (propria o altrui), sia le bellissime testimonianze di solidarietà e virtù umane cui abbiamo assistito. L’invito che umilmente vorremmo rivolgere a tutti è di meditare su quello che abbiamo vissuto, per tematizzarlo e non farci portare da emozioni vaghe.
Innanzitutto dobbiamo ammettere che di fronte a tante morti e a tanta tragedia il nostro delirio di onnipotenza si è ridimensionato e ci siamo ritrovati tutti (anche le grandi potenze mondiali) fragili, quasi impotenti davanti alla minaccia di un piccolissimo virus. Ma questo non ci può forse aiutare a trovare la vera grandezza dell’uomo?
A questo proposito, tutti siamo rimasti molto colpiti e attratti dalla generosità di medici e infermieri che si sono donati mettendo a rischio la propria vita e spesso sacrificandola; dall’abnegazione di forze dell’ordine, di volontari e associazioni diverse. Tali esempi hanno risvegliato nella nostra coscienza una verità, un bisogno che portavamo dentro; hanno suscitato una specie di nostalgia, una chiamata al compimento della nostra identità di persone umane. In altre parole hanno manifestato la verità dell’uomo, che si realizza nella relazione con l’altro, come amore che si dona dando la vita.
Ci ha toccato anche la gara di solidarietà e condivisione che si è messa in moto per far fronte all’emergenza: aziende, società, condomini, semplici cittadini hanno donato o messo a disposizione risorse e beni di prima necessità. Questi esempi sono riusciti a rompere il muro di cinismo e disincanto che solitamente ci induce a diffidare della gratuità, a sospettare secondi fini e quindi a sminuire il valore dei gesti di altruismo e di bene. Il bene fa bene![1] Abbiamo ripreso fiducia e stima verso noi stessi e tutta l’umanità. È come se per un attimo fosse stato tolto dai nostri occhi e dal nostro cuore il velo di tutte le menzogne che ci diciamo o che leggiamo sui giornali o sui social più banali e avessimo visto la verità. Forse abbiamo intuito che quella è la vera vita! Siamo chiamati a vivere in quel modo, cioè nella comunione e nell’attenzione verso l’altro, non nell’ansia e nella paura, non nell’egoismo e nell’autodifesa!
Inoltre le norme di protezione emanate dal governo hanno prodotto un brusco cambiamento degli stili di vita nelle nostre famiglie. Abbiamo trascorso, e in parte stiamo ancora trascorrendo, il nostro tempo in una novità assoluta. Quella solitudine, quel silenzio (inusitato nelle grandi città!), l’intimità familiare riacquistata, la mancanza di tante cose che prima erano a portata di mano…tutto questo ci ha insegnato molto![2] Tornando alla vita “normale” sarebbe saggio allora cercare di vivere i valori scoperti o “riscoperti”, conservare i risultati raggiunti, magari rivedendo ritmi, stili di vita, scelte e agende… Facciamo tesoro di quello che tutti insieme abbiamo vissuto e che ormai è iscritto nella nostra carne, nella nostra memoria! La saggezza e la maturazione che svilupperemo, non saranno solo a nostro vantaggio, ma diventerà un bene per tutti.
Adesso però bisogna affrontare la domanda più insidiosa: quella fondamentale sul senso della vita umana, sul suo esito finale, sull’enigma della morte! Quante immagini di morte si sono stampate nei nostri occhi, nella nostra memoria! Come affrontare la difficoltà di portare avanti il bene, come porsi davanti all’esperienza del limite, del male con cui ci scontriamo (e che scopriamo anche in noi stessi se siamo onesti) e soprattutto del male più grande per l’uomo, che è la morte, in tutte le sue manifestazioni (fisica, morale, spirituale…)? Di fronte a questo supremo limite, alle nostre più profonde paure (a volte non confessate), non basta più un discorso umano, psicologico o antropologico. Capiamo allora che il problema che ci sta davanti non è solo “come ripartire per il dopo-emergenza”, ma rispondere alla domanda: l’uomo a che punto è? L’uomo non ha bisogno solo del denaro e del lavoro, non ha bisogno solo di riorganizzarsi socialmente o politicamente, ma ha bisogno di riorganizzarsi interiormente, ontologicamente, perché quello che abbiamo visto e vissuto ci ha segnato profondamente, ha segnato profondamente l’uomo a livello esistenziale… Come potrà adesso l’uomo affrontare la sofferenza, la disperazione, l’angoscia per il futuro?
Noi credenti sappiamo che solo il Signore Gesù Cristo è la risposta perché ha incarnato tutto dell’uomo, unendo a sé l’umanità intera. Solo Lui, nel Mistero Pasquale può illuminare le tenebre che questa lunga notte del Covid19 ha diffuso in tutto il globo terrestre. Per questo esclamiamo con il santo Papa Paolo VI: Cristo tu ci sei necessario! Egli è l’unico che ci può capire davvero dall’interno, proprio perché è entrato completamente nella condizione umana. “Tu hai conosciuto le mie angosce” prega il salmista (Sal 30,8)…
Non basta. Non è sufficiente dire che Cristo ci può capire perché è passato attraverso tutto il dramma umano, ma bisogna proclamare che Lui e solo Lui ha il potere di trasformarci nell’intimo, di spezzare le porte degli inferi che abbiamo dentro e questo perché nella sua divino-umanità ha vinto la morte. Sì, Gesù mi “risolve” perché racchiude in un’unica persona l’umanità e la divinità. Questa unione ipostatica fa sì che la sua umanità, che è la nostra, viene assunta dalla divinità e poiché in Dio non c’è la malattia, l’angoscia, la disperazione bensì c’è gioia, amore, pace, benevolenza, perdono e tutto ciò che è frutto dello Spirito, anche noi veniamo resi partecipi di questi frutti[3]. Cristo ha assunto l’umanità già ferita dal peccato, senza però assumere il peccato ed ha sperimentato tutto il negativo della nostra vita. Con la sua morte e risurrezione però ha trasformato in bene, in salvezza, in vita nuova il massimo male, il massimo del negativo. Per questo Egli può trasformare anche le nostre esperienze dolorose e drammatiche in occasione di grazia!
Bisogna dare Cristo all’uomo, all’uomo di oggi, quando si trova nella disperazione, senza la forza di mettersi in gioco; quando la vita si fa dura e non si trovano soluzioni (e sappiamo che ci aspetta un futuro difficile, per qualcuno forse drammatico). All’uomo disperato, che ha toccato il nonsenso dell’esistenza, non basta dare cose materiali, o un aiuto economico, perché tutto ciò può consolarlo per un momento, ma non liberarlo da quella disperazione di fondo che ha vissuto in questo periodo e che fondamentalmente è la paura della morte, dell’annientamento. Solo Cristo può strappare via la morte dal cuore dell’uomo, dal cuore di ciascuno di noi! Nient’altro e nessun altro, perché solo Lui ha vinto la morte!
Afferma infatti Pietro nel discorso di Pentecoste (At 2): “Dio ha risuscitato Gesù di Nazareth, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide (cfr. Sal 16) a suo riguardo: Tu, Signore, non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo veda la fossa”.[4] Perché “non era possibile che la morte tenesse in suo potere Gesù”? Perché Gesù, vero uomo e vero Figlio di Dio incarnato, doveva ricongiungersi con il Padre, riprendere la sua vita. Grazie alla sua risurrezione abbiamo compreso che quell’uomo, Gesù di Nazareth “aveva a che fare con la divinità”! Attraverso l’Incarnazione conosciamo quanto Dio ci ha amato in Cristo facendo sì che il suo Verbo assumesse in toto l’uomo da redimere, da salvare, anche la sua angoscia, le sue ansie, il buio, l’abbandono. Grazie a Lui noi possiamo essere liberati da questo male. Più diventiamo consapevoli di quale concreta realtà umana il Signore Gesù ha assunto per redimerla, più ci rendiamo conto di quanto Dio ci ha amato. Un amore che precede la nostra vita e addirittura la creazione del mondo.[5] Non c’è nessuna parte di noi estranea a quell’esperienza divino-umana di Gesù e noi vorremmo annunciarlo ad ogni coscienza, anche a costo di essere considerate “superate o fuori dal mondo”![6] Qualcuno, infatti, potrebbe obiettare: “Questi sono discorsi religiosi, che vanno bene per voi monache e per i credenti”. Ma non è così, questa è una realtà che riguarda tutti, è la verità dell’uomo, che è stato pensato e creato per amore. Da qui bisogna partire. Ormai, con l’Incarnazione e con la Pasqua di Cristo, tutto dell’uomo è intriso di Dio! L’uomo è una creatura nuova in Cristo! Non c’è più niente di umano che sia estraneo a Cristo e quindi a Dio. Non si può più parlare dell’uomo senza riferirsi al vero uomo, che è Cristo. Non dobbiamo più pensare Dio separato da noi in cieli lontani! Facciamo scendere “il Cielo” dai cieli, strappiamo il Cielo al “Cielo”!
Da qui cogliamo ancora una volta l’urgenza vitale dell’evangelizzazione in tutti gli ambienti, espressa con il linguaggio adatto alla cultura attuale, e l’enorme bisogno di gente votata alla diffusione della Parola che salva, di gente esperta in umanità e fremente di compassione per i fratelli che non hanno luce sul loro cammino e sono privi della bellezza della vita nuova in Cristo! Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio, soprattutto nel dolore, relativizza molte cose e sente il bisogno di amare e perdonare, di guardare il mondo, gli altri e la vita stessa con gli occhi della misericordia. Quanto suona stonato nel momento attuale del dopo-emergenza l’atteggiamento di chi vuole rivendicare, polemizzare, denunciare! Questo non è il tempo dei giudizi, delle accuse, dei processi… Questo è il tempo della misericordia! La sofferenza e le paure da sole incattiviscono, solo il mistero della misericordia di Dio ammorbidisce il cuore ed è la medicina per ogni male!
Auguriamo a tutti di saper cogliere questo tempo come “il momento favorevole” per un passo avanti nella nostra crescita come persone e come credenti.
[1] Il bene è terapeutico, fa riposare interiormente, infonde serenità perché non fa paura! Come il bene economico può dare una certa tranquillità e liberare dall’ansia, così il bene psicologico o spirituale pacifica interiormente e il bene che ci unisce tra noi ci fa maturare.
[2] Qualcuno ad esempio ci ha detto: “Mi sono ritrovato a giocare in casa con i miei figli, mentre prima non ne avevo mai il tempo… Ci siamo conosciuti tra di noi in famiglia in modo nuovo!”. Oppure: “Abbiamo sviluppato una creatività mai conosciuta prima! Abbiamo scoperto di avere delle risorse nascoste e positive! Abbiamo anche capito tanti errori compiuti in passato, trascurando l’essenziale e inseguendo bisogni effimeri ed egoistici…”.
[3] Abbiamo detto che in Dio non c’è sofferenza, ma non è del tutto esatto. L’Amore soffre per partecipazione, per compassione! Dio ha cominciato con l’incarnazione! In quel momento l’Impassibile è divenuto passibile, l’Immortale è divenuto mortale… Dio, incarnandosi, ha conosciuto il sentimento umano, ha conosciuto la paura, l’angoscia, la disperazione; prima Dio non la conosceva. Il grande mistico contemporaneo don Divo Barsotti dice che c’è una parte di noi che Dio ha dovuto sperimentare, una parte di noi che lui non conosceva… è possibile che lui, che è onnisciente, lui che ci ha creato, non conoscesse qualcosa? Eppure è così! Dio ha dovuto conoscere l’esistenza umana attraverso l’Incarnazione, perché in Lui conoscere non vuol dire sapere mentalmente ma sperimentare!
[4] Oggi il discorso della “fossa” ci tocca profondamente. Abbiamo davanti agli occhi le immagini delle fosse comuni, dove sono stati sepolti i morti per Covid-19 quando non c’era più posto nei cimiteri, in diverse parti del mondo! L’immagine della fossa esprime davvero l’orrore per un destino di morte che ci incute terrore e che rifiutiamo.
[5] Nell’economia di salvezza della Trinità, prima ancora del disegno della creazione (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza“), c’era il pensiero dell’Incarnazione (Cfr. Ef 1, 3-14). E nel progetto dell’Incarnazione del Verbo c’era il progetto di incarnare tutto dell’umanità, non solo la parte più nobile (la mente filosofica dei Greci o il culto degli Ebrei o la capacità di intendere di Einstein…).
[6] Ci viene in mente l’episodio di S. Paolo nel suo fallimento all’areopago di Atene quando, proclamando la risurrezione di Cristo, si sentì rispondere cortesemente: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”! Molti, infatti, sono disposti a discutere o filosofare, ma pochi a mettersi in gioco.
