La lingua di Dante preda degli inglesismi

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Stiamo perdendo il nostro idioma, ormai sempre più frequente l’abusato ricorso a termini stranieri, il biasimo pure del presidente Draghi

di Nicolo Capriata

Se dovesse rinascere morirebbe subito, sbalordito e sorpreso. La sua lingua così genuina, semplice e fluente, non esiste più. È vero, tutto muta e cambia. Ma qui non è stato solo il tempo, a trasformare termini e idioma ci si sono messi gli inglesi. La lingua di Dante, del quale quest’anno si festeggia il settecentesimo anniversario della morte, soprattutto in tempo di Covid è stata rovinata, sarebbe meglio dire oltraggiata. Nel fluire del discorso sono penetrati lemmi dei quali pochissimi, se non nessuno, conosce il vero significato, ma dirli fa “figo”. Provate a chiedere a qualcuno che cosa significa locations per parlare di un una parola più abusata che usata correttamente. E attendete la risposta. Tutti, o quasi tutti, vi risponderanno in modo sbagliato. Molti vi diranno che locations designa un luogo adatto per la realizzazione di un evento, di un congresso e così via. Nulla di più sbagliato. Traducendo la parola dal vocabolario inglese l’accezione del termine è “posizione”. Qualcuno mi spieghi cosa centra “posizione” con “luogo”. Ma non è tutto. Tanto che l’eccesiva smoderatezza di questi inglesismi, ha sollevato una critica spontanea da parte del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, durante una conferenza stampa. Continuando di questo passo occorrerà sostituire il vocabolario inglese con quello italiano. Colpa di giornali e tv. Nei giorni scorsi un giornale a tiratura nazionale nel suo titolo, a caratteri quasi cubitali, parlava di hub volendo indicare un centro di amministrazione del vaccino. Ma che cosa vuol dire hub per i più? Termine incomprensibile, una stortura del discorso. Ma la lettura dei giornali non deve essere chiara e leggibile per tutti ? E invece, lockdown, smart working, smartphone, jogging, snack bar, work in progress e tanti altri sono entrati a far parte del linguaggio comune, spesso senza comprendere  il vero senso della frase. Poi c’è l’uso di un termine che non può non essere paradossale quando si parla di slot machine, che tutti conoscono come macchinetta mangia soldi. Non converrebbe pronunciare la frase in italiano? Potrebbe essere anche un dissuasore (magari minimo) per distogliere dal brutto vizio del gioco. Al di là di tutto, fa sconcerto, e anche molta pena, vedere la lingua di Dante, Manzoni, Foscolo e tanti altri, così bistrattata. Senza un intervento migliorativo per questa situazione. Forse è anche difficile combattere questo costume perché, come s’è detto, giornali e televisioni quasi fanno a gara a produrre nuovi neologismi. Tutti vogliono darsi credito e prestigio, come se usare parole straniere fosse un qualcosa che da tono ed importanza. Alessandro Manzoni andò a “sciacquare i panni sull’Arno”. Altri tempi, altre considerazioni. La lingua si sta perdendo. Un’inversione di tendenza si potrà avere solo se il mondo della comunicazione percepisse il grave dilemma del linguaggio e della sua influenza sui cittadini. E bisognerà fare presto prima che l’italiano scompaia definitivamente dal vocabolario.

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