Inchiesta sulla vita consacrata in diocesi

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Dal numero 7 parte un viaggio tra le congregazioni religiose presenti in diocesi: l’analisi del vicario episcopale mons. Carlo Cani

di Valeria Carta
foto di Efisio Vacca

Il 2 febbraio, festa della presentazione di Gesù Bambino al tempio, è ormai dal 1997, la festa della vita consacrata. Una giornata dedicata a uomini e donne che si sono interamente votati alla sequela di Cristo secondo i diversi carismi che abitano la Chiesa. Già San Giovanni Paolo II, ideatore e promotore della ricorrenza, aveva individuato nella festività della candelora, un’icona eloquente della donazione della propria vita nella Chiesa e nel mondo “mediante l’assunzione dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza”. Tra i motivi che avevano spinto il Papa a istituire questa giornata particolare, la necessità “di promuovere la conoscenza e la stima per la vita consacrata da parte dell’intero popolo di Dio”. Accogliendo questo invito abbiamo deciso di intraprendere un viaggio diocesano tra le realtà di vita consacrata che ancora popolano il nostro territorio e la cui conoscenza è fondamentale per la vita di tutta la Chiesa.
Prima di metterci in cammino, tuttavia, abbiamo incontrato il vicario episcopale per la vita consacrata della diocesi, mons. Carlo Cani, che ci ha fornito tutti gli strumenti necessari per intraprendere questo percorso, a partire dal numero delle comunità presenti. Non si è potuto non riflettere sul calo drastico che le realtà comunitarie hanno subito nell’arco degli ultimi vent’anni passando da un numero complessivo di circa 21 famiglie religiose a 9. A soffrire maggiormente il ramo maschile, del quale resiste oggi solo la comunità cappuccina.
Un’analisi lucida e con i piedi per terra, quella di mons. Cani, che ha sottolineato quanto faccia parte della storia essere segnati dalla “mancanza di presenza”. Questa verità, a tratti stridente, inquadra bene la realtà nella quale viviamo e che non riguarda solo le comunità religiose ma l’uomo nella sua più profonda umanità. “La presenza è la cosa più importante” ha sottolineato il vicario, perché “è un segno straordinario, è il criterio che deve guidarci”. Se l’attività è importante, infatti, la presenza è l’essenziale, una presenza che diventa “carismatica” e che attrae inevitabilmente.
Come ha sottolineato più volte mons. Cani, “le nostre comunità sono inserite a pieno nella vita e nel cammino della diocesi”, poiché sarebbe impensabile il contrario. Al termine di questa che potremmo definire la tappa zero del nostro viaggio, dunque una riflessione emerge chiara “sarebbe auspicabile valorizzare ciò che abbiamo piuttosto che guardare a ciò che non abbiamo”. Una linea chiara e coerente, quella della diocesi di Iglesias, che si impegna a valorizzare la ricchezza che ha, senza guardare a ciò che manca. “È necessario prendere coscienza del valore della vita religiosa al di la delle opere” che pure nella nostra diocesi non mancano e che questi uomini e queste donne consacrate portano avanti con grande aderenza alla loro prima chiamata. A sovrintendere a tutto questo la Chiesa, nella figura del vescovo prima e del vicario poi, che “si mette al servizio della vita religiosa” per incrementarne la conoscenza e mettere in evidenza i diversi carismi.
Guardando il bicchiere mezzo pieno, dunque, ci apprestiamo a intraprendere il nostro viaggio tra le realtà religiose diocesane.  001/continua

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