Il Tempo pasquale: spazio di immensa e intensa gioia

Esultanza e rendimento di grazie, per la vittoria di Cristo sulla morte, per la vita nuova dei credenti nel Cristo

di Carlo Cani

Il Tempo pasquale, è quel periodo dell’anno liturgico nel quale, “a partire del Triduo Pasquale, come sua fonte di luce”, viene celebrata la Pasqua del Signore come in “un solo giorno di festa”. La sua conclusione è la solennità di Pentecoste. Dura cinquanta giorni, sette volte sette giorni, una settimana di settimane con un domani e il numero sette è immagine della pienezza. Si qualifica come tempo dell’esultanza per la vittoria di Cristo sulla morte e per la vita nuova dei credenti nel Cristo. Il periodo pasquale è considerato come il laetissimum spatium, espressione cara a Tertulliano, spazio di immensa e intensa gioia, per la promessa mantenuta dal Signore: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Nell’orazione di Colletta della IV domenica così prega la Chiesa: “Dio onnipotente fa che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto”. Tale spirito celebrativo, quindi, domanda di non abbassare la guardia con il passare delle settimane. I cinquanta giorni sono come una sola domenica! Gioia, rendimento di grazie, celebrazione della vita e della luce. L’ottava di Pasqua ha un carattere più pronunciato di allegrezza e di meditazione sul fatto della risurrezione del Cristo e della nascita del cristiano nel battesimo, che è una partecipazione alla vita risuscitata del Cristo, mediante una nuova nascita e un pegno della risurrezione futura. Ma tutta la cinquantina ha più o meno questo carattere: vi si canta continuamente l’Alleluia. Il mistero del Tempo Pasquale ha le sue radici nella speciale presenza del Signore risorto. Infatti leggiamo dagli Atti degli Apostoli: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1, 3). È questa singolare presenza del Risorto che la Chiesa celebra attualizzandola nel Tempo di Pasqua, presenza che riempie di gioia il cuore dei discepoli. Il cero pasquale che splende davanti all’assemblea liturgica, esprime simbolicamente la luce del Risorto che illumina la sua Chiesa.
L’incontro con il Risorto porta pace e gioia. Come i discepoli ”gioirono nel vedere il Signore”, così la Chiesa nel Tempo di Pasqua gioisce nell’incontro mistico-sacramentale col Signore risorto. Il motivo della gioia pasquale e della pace interiore scaturisce dalla fede nella risurrezione del Signore e dalla sua continua presenza in mezzo a noi, ma anche dal fatto che, mediante i Sacramenti pasquali, noi siamo risorti con Lui a vita nuova e immortale. La gioia pasquale che pervade tutto il Tempo di Pasqua viene manifestata dal canto dell’Alleluia, il canto della Chiesa in festa. Mai come in questo periodo esso è tanto frequente e solenne.Questo Tempo è profondamente segnato da tre Solennità: Pasqua, Ascensione e Pentecoste. La Pasqua segna l’ingresso del Cristo glorioso nella vita di Dio. Ma la Pasqua di Cristo diventa anche la nostra: la vita del Risorto entra con forza nella nostra vita e la trasforma; portiamo così in noi già la vita eterna. L’Ascensione segna per Cristo il punto culminante del grande movimento di esaltazione, con cui Dio corona il suo abbassamento per noi, fino alla morte di croce.
La Pentecoste, compimento dell’unica grande celebrazione Pasquale, celebra l’effusione sulla Chiesa dello Spirito del risorto che ci rende dinanzi al mondo testimoni della Risurrezione e capaci di vita nuova. Una vita che si lascia guidare dalla fede e stimolare dalle esigenze della carità, una vita libera che vince tutte le tristezze del male con l’Alleluia di Pasqua.
I testi eucologici (collette, prefazi, ecc) e il lezionario mettono in risalto alcune caratteristiche proprie di questo tempo: tempo di Cristo, dello Spirito.In esso è evidente la centralità del mistero del Cristo crocifisso e risorto per il fatto stesso che «Cristo nostra pasqua è stato immolato» (1 Cor 5,7). Egli sostituisce, ormai, l’agnello dell’antico testamento: «È lui il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio I). Anche la restaurazione attraverso il mistero pasquale è un elemento cristologico che troviamo nei formulari: «In lui, vincitore del peccato e della morte, l’universo risorge e si rinnova, e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita» (Prefazio IV). La vita dell’uomo e del mondo compie in Cristo, risorto dalla morte, un salto qualitativo.Il tempo pasquale è un tempo privilegiato per la mistagogia: «la comunità insieme con i neofiti prosegue il suo cammino nella meditazione del Vangelo, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’esercizio della carità, cogliendo sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica della vita» (RICA n 37). In questo tempo pasquale possiamo intravedere una corrispondenza tra la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua. Fonte e roccia della nostra fede è il mistero del Signore Crocifisso Risorto, a noi partecipato attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Ciascuna delle domeniche pasquali deve essere per le assemblee una forte esperienza di vita di fede e di vissuta comunione ecclesiale. In tutto ciò aiuta notevolmente il libro-guida: gli Atti degli Apostoli. Questo è il tempo della grande esperienza del mistero della Chiesa nella gioia dell’incontro sacramentale col Risorto. È necessario educare i fedeli a comprendere che il Cristo morto, sepolto e risuscitato noi lo celebriamo e lo incontriamo integralmente e sacramentalmente nell’ Eucaristica domenicale insieme con i fratelli.Il tempo liturgico della Pasqua avvolge con slancio protettivo il tempo dell’uomo, il nostro tempo, un tempo segnato dall’emergenza sanitaria dell’epidemia, perché non venga meno la fiducia, non si affievolisca la speranza e non si arrenda la carità.
E la speranza per noi cristiani ha un nome: si chiama Gesù. È Lui Risorto che ci permette di attraversare le difficoltà senza cedere allo sconforto, come è avvenuto per i due discepoli di Emmaus.

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