Le tortuose vie per un sinodo

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La lettura delle situazioni nelle diocesi sarde evidenzia le difficoltà di una rapida convocazione, in allarme gli addetti ai lavori

di Mario Girau

“Desidero una Chiesa ‘sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti’. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza”. “Dopo cinque anni la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare”. Il riferimento del Papa a un Sinodo nazionale della Chiesa ha allarmato in Sardegna gli addetti ai lavori. Solo il pensiero di riaprire in ogni diocesi il cantiere organizzativo per convocare – almeno nelle intenzioni – l’universo mondo dei sacerdoti diocesani e religiosi, suore, laici e la costellazione dell’associazionismo cattolico, ha fatto venire l’orticaria a molti. I meno giovani ricordano che esattamente vent’anni fa si è concluso il Concilio Plenario Sardo, un sinodo regionale, che ha richiesto quindici anni di lavori e ha prodotto – grazie alle fatiche di padre Sebastiano Mosso – un corposo volume di indirizzi pastorali in gran parte inattuati.
Se si passa in rassegna la situazione delle diocesi sarde, per alcune è impossibile convocare un sinodo con tutti i “fiocchi” giuridici. La diocesi di Ales Terralba ha chiuso il suo sinodo sei anni fa, con una serie di indicazioni di robusto respiro pastorale sul tema “Una Chiesa comunione per la missione”. Nella stessa situazione si trova l’arcidiocesi di Oristano che dal 1° gennaio 2016 dispone delle linee guida scaturite da due anni di lavori (2013-2015) sul tema “Parrocchia: Chiesa tra la gente”. Con scarse possibilità sinodali anche l’arcidiocesi di Cagliari, che pure ha concluso il suo “concilio” nel 2010. Ma il suo nuovo arcivescovo è arrivato da appena un anno. Nell’arcidiocesi di Sassari monsignor Gianfranco Saba inizierà nel prossimo autunno la visita pastorale, al termine della quale, in genere, l’arcivescovo decide di convocare il Concilio diocesano per cercare, alla luce di quanto visto nel suo pellegrinaggio tra le comunità, la rotta più giusta per la crescita della Chiesa locale. Praticamente nella stessa situazione il vescovo Antonello Mura, a Nuoro da poco più di un anno. A Tempio-Ampurias, il vescovo Sebastiano Sanguinetti è in uscita per limiti d’età; nella nostra diocesi di Iglesias monsignor Giovanni Paolo Zedda tra un anno compirà 75 anni. L’unico che potrebbe riunire il sinodo è Corrado Melis, che ha appena concluso la sua visita pastorale, ma potrebbe essere trasferito a Tempio per diventare vescovo della Chiesa gallurese e conservare la guida di quella ozierese.
Quindi nessuno rischio, temuto dai preti, di imbarcarsi in una avventura pastoral-burocratica (per gli adempimenti richiesti), che porta via tanto tempo, ma non produce cambiamenti immediati e risolutivi.
Quale tipo di sinodo, dunque, per la Sardegna? Un sinodo di base che veda protagonisti parroci, fedeli e territorio, con i vescovi interessati terminali di un nuovo processo ecclesiale. L’intera Sardegna ha bisogno di una profonda un’esperienza di discernimento comunitario per proporre una rigenerazione e ridare slancio alle sue oltre 600 parrocchie. Anche perché solo le fondamenta sono rimaste cristiane, come nella gran parte delle diocesi italiane. Le pareti della “casa- Chiesa” segnalano diverse crepe: frequenza alla messa ai limiti della media nazionale, scarsa presenza di giovani, ridotto interesse dei sardi ai “fatti” ecclesiali, alto numero di separazioni e divorzi.
Un sinodo per ascoltare le donne e uomini d’oggi, i loro problemi, fatiche, speranze. Per diventare di nuovo “interessanti” se non “attrattivi” per i giovani. Fino a oggi nelle nostre parrocchie si è chiesto a tutti di adeguarsi alle regole parrocchiali; di ascoltare omelie per monaci e claustrali più che per genitori e figli immersi nei problemi della vita quotidiana; di rassegnarsi a prediche senza riferimenti a temi come lavoro, giustizia sociale, povertà materiale. Discernimento per capire come si può essere laicamente cristiani nella società secolarizzata in cui si vive, e da cui non si può e non si deve fuggire. Un sinodo per trovare metodi e strumenti in grado di aiutare i fedeli a incarnare nella storia quotidiana i valori in cui credono. Il sinodo è un camminare insieme. Nessuno – neppure il parroco – ha la risposta giusta e in tasca la soluzione pronta su ogni problema.
“In questo anno contrassegnato dall’isolamento e dal senso di solitudine causati dalla pandemia”, il virus “ha scavato nel tessuto vivo dei nostri territori, soprattutto esistenziali, alimentando timori, sospetti, sfiducia e incertezza. Abbiamo capito – dice Papa Francesco – che non possiamo fare da soli e che l’unica via per uscire meglio dalle crisi è uscirne insieme, riabbracciando con più convinzione la comunità in cui viviamo”.

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