Il cammino della lingua sarda nelle istituzioni

L’acceso confronto politico sull’identità linguistica nel lavoro di Pier Sandro Pillonca pubblicato dalla Fondazione Sardinia e presentato in Consiglio Regionale

di Giampaolo Atzei

Quarant’anni di dibattiti in Consiglio Regionale sulla lingua sarda. Il giornalista Pier Sandro Pillonca ripercorre nel nuovo Quaderno della Fondazione Sardinia, intitolato “La lingua sarda nelle istituzioni”, il complesso e controverso rapporto tra identità linguistica e politica in Sardegna. Il risultato è un lavoro puntuale e istruttivo su un cammino che ha vissuto tappe importanti e significativi risultati ma che appare ancora incompiuto, a partire dalla tutela della lingua sarda da inserire nello Statuto e nelle politiche scolastiche, che dovrebbero divenire una competenza legislativa primaria della Regione Autonoma: legittime e storiche aspirazioni che si sono concretizzate anche in alcune proposte di riforma statutaria, arenate però nelle secche della politica nazionale e mai prese in carico dal Parlamento, luogo esclusivo dove la riforma può concretizzarsi essendo necessaria una legge di rango costituzionale per aggiornare la carta autonomistica della Sardegna.
Alla presenza dell’autore, del presidente del Consiglio Regionale Michele Pais e del direttore della Fondazione Sardinia Salvatore Cubeddu, il libro è stato presentato lunedì 28 settembre nell’assemblea di via Roma: ha coordinato il tavolo Rosanna Romano, capo Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, struttura dove lavora lo stesso Pillonca.
Il libro è un agile volume di 80 pagine, si legge tutto d’un fiato, dove la politica regionale sulla lingua sarda viene descritta senza infingimenti. Per pregiudizio ideologico, per calcolo politico, più volte il Consiglio regionale ha dibattuto sulla questione ma i risultati sono stati alterni, salvo in tempi recenti, quando – complice anche la scomparsa del partito comunista – si è registrata maggiore libertà nel riconoscere l’identità linguistica sarda come l’unità di un popolo, senza che questo dovesse per forza essere etichettato – e marginalizzato – come un fenomeno indipendentista e sovversivo dell’unità nazionale italiana. Tutto ciò, se da un lato ha finalmente permesso l’adozione delle prime vere politiche linguistiche con la Legge 15 ottobre 1997, n. 26 “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”, si è però accompagnato ad uno scadimento del livello del confronto che – ripercorso nelle cinque tappe del 1981, 1989, 1993, 1997 e 2018 – ha paradossalmente vissuto il suo livello più alto quando maggiori erano le distanze: Pillonca ha parlato di alcuni passati interventi in aula come di vere “lezioni universitarie”. Oggi, in tempo di sardismo tanto diffuso e liquido, rimane l’amara considerazione finale di Pillonca che “la questione linguistica non è una priorità”, accompagnata dalle parole di Francesco Masala che ammonivano come un popolo a cui si toglie la lingua, diventa semplicemente un popolo che non esiste più. Non mancano però segnali positivi e incoraggianti, come la recente firma del Contratto di Servizio Pubblico con la Rai, per guardare con fiducia al futuro.

 

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