
Alcuni dati di contesto per riflettere sulle condizioni dell’Isola che il prossimo 25 febbraio eleggerà il nuovo presidente della Regione
di Raffaele Callia
In previsione delle elezioni regionali appare utile avere contezza riguardo ad alcuni dati di contesto socio-economico della realtà sarda, anche al fine di favorire una maggiore consapevolezza in termini di partecipazione democratica.
Storicamente, fatta eccezione per il settore dei prodotti petroliferi e della chimica, la struttura produttiva della Sardegna appare assai debole, con una presenza prevalente di microimprese e una composizione settoriale che vede la preponderanza di imprese nei settori a più bassa capacità di esportazione e produttività ridotta. La dimensione dell’economia regionale conta meno del 2,0% del PIL nazionale. Si tratta pertanto di un’economia piccola, subordinata all’economia nazionale e ancora fortemente dipendente dall’intervento pubblico (il quale assorbe quasi la metà del totale degli investimenti).
La crescita dell’inflazione di questi ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie sarde, tanto che il reddito familiare si è ridotto in termini reali. La crescita dei prezzi ha inciso in modo particolare sui consumi, tenuto conto del fatto che la componente dei beni alimentari pesa per circa un quarto, seguita dalle spese per le utenze e l’abitazione. Giacché gli aumenti dei prezzi hanno riguardato soprattutto tali voci di spesa, le famiglie più disagiate sono risultate le più esposte alle pressioni inflazionistiche. L’incremento dei prezzi – si legge nel Rapporto dello scorso anno della Banca d’Italia sull’economia della Sardegna – “potrebbe inoltre aver accresciuto la quota di nuclei familiari che non sono in grado di sostenere l’acquisto dei beni energetici essenziali, che era già più elevata in regione rispetto al complesso del Paese”.
Passata la pandemia, le migliorate condizioni economiche hanno favorito il mercato del lavoro regionale. Nel corso del 2022, infatti, l’occupazione ha continuato a registrare segnali positivi; tuttavia, si tratta di dati non sufficienti a riportare l’occupazione ai livelli del 2019 (prima della pandemia) e decisamente più contenuti rispetto al dato nazionale. Peraltro, sul versante del lavoro un elemento di allarme arriva dal fenomeno dell’economia sommersa, con l’importante conseguenza della riduzione della competitività del sistema produttivo e della perdita di gettito fiscale e contributivo, che in Sardegna ha un’incidenza più alta della media italiana. Secondo quanto indicato dall’ultimo Rapporto CRENOS, si tratta di una quota “particolarmente elevata nelle attività del commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, informazione e comunicazione, che generano quasi la metà del sommerso complessivo regionale, mentre al secondo posto si trova il settore edile”.
A proposito di lavoro, non si può tacere delle prolungate e sfibranti crisi aziendali (alcune delle quali particolarmente complesse) che attraversano tutta l’Isola e che mettono a repentaglio il destino di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, in un’oscillazione continua fra segnali incoraggianti e prospettive di chiusura definitiva.
Il tema del lavoro è strettamente connesso al tema della povertà educativa, in particolare alla questione dei NEET (Not in Education, Employment or Training), vale a dire alla condizione di quei giovani che non sono né occupati, né inseriti in un percorso di istruzione o formazione e neppure risultano coinvolti in un qualsiasi tipo di istruzione scolastica/universitaria e/o e di attività formativa. Se nel 2007 la quota dei NEET sardi era del 21,6%, nel 2014 si è raggiunto l’apice con il 34,2%. Negli anni successivi il dato è calato e nel 2019 ha raggiunto il 27,9%, per poi scendere ancora: 26,2% nel 2020 e 23,6% nel 2021. Nel 2022 la Sardegna si colloca al quintultimo posto fra le regioni italiane col 21,4%. Inoltre, la percentuale di giovani laureati (26,8%) è inferiore rispetto alla media italiana (29,2%) e la presenza di scienziati ed ingegneri nella forza lavoro è bassa (circa il 4,0%). Infine, anche la percentuale di giovani sardi che abbandonano precocemente gli studi nel 2022 (14,7%) è più alta della media italiana (11,5%).
L’ultimo Rapporto congiunturale della Banca d’Italia, pubblicato a novembre scorso, sottolinea come nella prima parte del 2023 l’economia sarda sia cresciuta leggermente, seppure in misura più contenuta rispetto alla media italiana. Le attivazioni nette di contratti di lavoro di tipo subordinato hanno superato il livello del 2022 di circa 3.000 unità. Tuttavia, precisa la Banca d’Italia, a questa variazione ha contribuito esclusivamente la componente a tempo determinato, mentre la creazione di posizioni a tempo indeterminato è stata inferiore a quella dell’anno precedente.
Un ultimo dato – certamente non ultimo per importanza – riguarda le misure di contrasto del disagio e la situazione di fragilità economica delle famiglie sarde (che l’ultimo Rapporto Caritas stima in condizioni di povertà relativa in numero di oltre 113.000). Ad agosto del 2023, le famiglie sarde beneficiarie del Reddito di cittadinanza o della Pensione di cittadinanza erano circa 33.000, una cifra pari al 4,5 per cento di quelle residenti: un dato inferiore al Mezzogiorno (6,9) ma superiore alla media nazionale (3,4). Com’è noto, i recenti cambiamenti normativi hanno comportato la sospensione delle erogazioni per le famiglie in cui non sono presenti membri con almeno 60 anni di età, minorenni, persone con disabilità o in carico ai Servizi sociali comunali. L’introduzione dell’Assegno di Inclusione (AdI), a partire da quest’anno, dovrebbe caratterizzare la principale misura nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, mentre a livello regionale la revisione del REIS (Reddito di inclusione sociale) dovrebbe far fronte al mutato scenario dei bisogni locali e delle risposte sul piano nazionale.
