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Le fragilità degli stranieri nell’anno della pandemia

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Caritas. Il Covid, il lavoro e le difficoltà degli immigrati nella testimonianze raccolte dal centro d’ascolto diocesano “Il Pozzo di Giacobbe”

di Aurora Fonnesu (Caritas diocesana – Area Immigrazione)

Il 2020 è stato un anno difficilissimo da tutti i punti di vista. Purtroppo, accanto alla crisi sanitaria che si ripercuote anche sulla salute di chi non è affetto da Covid-19, vi è anche una crisi economica dovuta al confinamento e ai vari restringimenti che, seppur necessari, hanno messo in difficoltà tantissime famiglie.
La Caritas è l’organismo pastorale, voluto dai nostri Vescovi, che si occupa di testimoniare la carità e la fede in Cristo attraverso le opere per promuovere lo sviluppo umano integrale con una particolare attenzione verso gli ultimi. È il Centro d’ascolto (CdA), in costante collaborazione con le parrocchie, il fulcro intorno al quale ruotano le altre azioni. Sono quindi il fratello e la sorella che si presentano alla nostra porta a interrogarci come uomini e donne, come comunità e a far muovere le nostre azioni. L’Area immigrazione, attraverso il CdA “Il Pozzo di Giacobbe”, presta quest’attenzione verso i cittadini stranieri.
Il servizio è aperto dal 2015 e quest’anno, purtroppo, abbiamo incontrato per la prima volta anche moltissimi cittadini stranieri che risiedono in Italia da oltre dieci anni. Sono persone giunte in Sardegna ben prima dell’emergenza Nord-Africa (2011) e che hanno costruito una famiglia nel nostro Paese, lavorato e pagato le tasse. Alcuni hanno perso il lavoro come mediatori, cuochi o camerieri; inoltre, una quota rilevante viveva di commercio ambulante.
Questi ultimi, nello specifico, hanno dovuto cessare la propria attività non potendo vendere nulla e anche se avessero potuto, per la paura legata al virus, nessuno sarebbe stato disposto ad acquistare. Tutto ciò ha finito per farli rimanere sostanzialmente senza reddito. La maggior parte di queste persone, infatti, lavora nel commercio riuscendo così a mantenere la famiglia; ma a causa della quarantena il lavoro si è ridotto a tal punto da non riuscire più nemmeno ad acquistare i beni di prima necessità come cibo, prodotti per l’igiene personale e della casa.
Solo a Iglesias sono 18 le famiglie di stranieri presentatesi per la prima volta nel 2020, che hanno richiesto un aiuto di tipo prevalentemente alimentare; per un totale di circa 60 persone tra adulti e bambini. Come è tutti noto, in situazioni simili si sono venuti a trovare anche tantissimi italiani: piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti. Ciò che rende ancora più critica la situazione di questi cittadini stranieri è che diversi dei loro permessi di soggiorno (e molto spesso quelli dei loro familiari) sono legati all’attività lavorativa. Questo problema, pertanto, si aggiunge al senso d’incertezza che abbiamo vissuto tutti durante quest’anno e che attiene all’eventualità che non siano rinnovati i permessi e all’ipotesi, neanche tanto remota, di un ripatrio nel Paese d’origine.
Tantissime di queste persone, principalmente senegalesi e marocchine, risiedono in Sardegna da 15 o addirittura 20 anni e sarebbe difficilissimo per loro inserirsi dopo così tanto tempo nelle comunità d’origine. Lo sarebbe ancora di più per le seconde e terze generazioni, nate e cresciute in Italia. La speranza è che il 2021 possa essere un anno migliore e porti un po’ di stabilità e serenità a tutti.

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