#iorestoacasa Il nostro editoriale

Una Quaresima unica, tempo drammatico di restrizioni per l’emergenza sanitaria, riscoprendo quel senso civico cui siamo stati richiamati per decreto

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Iglesias deserta al tempo del Coronavirus

di Giampaolo Atzei

Sono giorni difficili, questi al tempo del coronavirus. Ahi García Márquez, se fosse ancora vivo quante volte conterebbe la dotta citazione dal suo celebre libro, nel cui titolo riecheggia il nome di un altro male capace di stragi ben maggiori, il colera. Eppure quanto stiamo vivendo, lungi dalla ferocia di pestilenze ed epidemie che hanno strisciato di morte il nostro passato, sembra non avere eguali. Una paura da contagio, una ricerca della prevenzione che mette in crisi il nostro solito vivere e quelle abitudini quotidiane che parevano immutabili. Mai in passato s’era arrivati al punto di proibire la celebrazione delle Sante Messe, in una cornice di crescenti restrizioni che sono arrivate a fare di tutta l’Italia un’enorme quarantena.
Un virus arrivato dall’Oriente, una diffusione inusitata nel ricco nord italiano, la fuga di tanti italiani verso le regioni del Paese dove ancora la situazione sanitaria pare più tollerabile e sicura. Sono tante le immagini simboliche di questi ultimi mesi, culminati nelle drammatiche ore vissute da sabato ad oggi, da quando i decreti del presidente del consiglio dei ministri hanno cambiato il volto alle nostre giornate. Non sembra vero, appena due settimane fa c’erano le maschere di carnevale e nei giorni ancora più prossimi, quando le ombre del virus già si stendevano sull’Italia, si imbandivano tavole di cioccolata anche nelle nostre piazze. Poi è arrivata giù una serranda inesorabile che ha segnato la distanza tra noi e il prossimo nella misura di un metro.
Profumiamo tutti di lavanda e amuchina, temiamo gli starnuti altrui a distanza di un isolato, ma per arrivare allo sforzo di rispettarci, di praticare un senso civico che ci è troppo spesso lontano, è stata necessaria la mano dura dello Stato, la forza della legge che ci ha imposto ciò che avrebbe suggerito il buon senso.
Quando già il contagio si diffondeva e si auspicava autoresponsabilità e coscienza del rischio, abbiamo affollato le spiagge e i baretti, guai a rinunciare al rito profano dell’aperitivo. Abbiamo chiuso i porti e ora ci ritroviamo dietro un muro, il problema all’estero sono diventati gli italiani infetti, abbiamo scoperto cosa significa trovare la frontiera chiusa però abbiamo cercato egualmente di imbrogliare il vicino, scansando i controlli e cercando riparo dove di solito si viene in vacanza.
Il risultato è che ora siamo tutti dietro una finestra, rinchiusi a guardare il cielo, per tutto lo stivale sino alla punta del tacco, “isole comprese”. Perché #iorestoacasa non è solo un hashtag per i social, il motto che ha scelto il Governo per una campagna di prevenzione, perché se non si esce da casa la prevenzione vince. È il titolo con cui apriamo i nostri editoriali sulle testate diocesane della Fisc, in tutta Italia. È l’auspicio che in futuro non debba imporsi per decreto il buon vivere, il senso civico, il senso di appartenenza ad una comunità. È la convinzione che una nazione debba essere governata dalla solidarietà e dalla reciproca prossimità, non dall’egoismo.
In tutto ciò, #iorestoacasa è un’occasione che mai avremmo immaginato di vivere in questa Quaresima, per avvicinarci alla Pasqua, con una Chiesa che, con coraggio esemplare per tutti, con sofferenze e difficoltà, ha rinunciato alla pubblica celebrazione dell’Eucaristia per la tutela della salute di un’intera collettività. Una lezione di civiltà e di umiltà da portare sempre dappresso, anche quando, speriamo presto e col sorriso, ricorderemo questi giorni vissuti al tempo del coronavirus.

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