Il canonico racconta ancora

La nuova appassionata opera della scrittrice iglesiente Maria Chiara Firinu, finalista al XXVI edizione del premio letterario internazionale Jacques Prevert

di Laura Aru Pintus

Da bambina non vedevo l’ora di andare al mare. In macchina, con i miei genitori, passavamo davanti alle montagne dei fanghi rossi, per me come enormi blocchi pesanti e freddi che mi impedivano di vedere il cielo. Volevo arrivare subito ad un orizzonte libero dove candida su un piccolo dosso si ergeva quella che è una piccola chiesa. Io vi facevo abitare, di volta in volta, principesse coraggiose, briganti buoni come Robin Hood. Conoscevo Maria Chiara Firinu fin da ragazzina, ma solo da adulta ne ho potuto apprezzare il suo scrivere sia in lingua italiana sia in campidanese, le sue raccolte di poesie e di novelle, i suoi due libri sull’abitante di quella chiesetta: il Canonico di San Severino. Il primo, libro totalmente esaurito e non ristampato, è di alcuni anni fa, ma il secondo, appena uscito e finalista alla XXVI edizione del premio letterario internazionale Jacques Prevert 2020, è un delizioso capolavoro. Il titolo esprime quanto ancora il Canonico Adalberto ha da raccontare della sua storia personale ma anche della vita difficile della gente comune che in quegli anni lavorava in miniera ed a volte doveva sopravvivere nella contea di San Severino. Non ho memoria di quei tempi ma leggendo il libro è come se il Canonico me lo trovassi oggi qui davanti a me. Dolcissimo. Timido. Può apparire scostante. Solo il bene profondo che lo lega a Rachele a volte lo intristisce senza mai nulla sottrarre alla sua prima scelta vocazionale. Adalberto rimane una figura integerrima, pur nella povertà, mantenendo in ordine, con rigore maniacale, i pochi denari della parrocchia affidatagli. Il suo “amore umano” è espresso in modo delicato di anima e di intenti e questo lo legherà a Rachele per tutta la vita terrena. Un amore che ha momenti divini nello scambio di lettere e che Maria Chiara protegge aggiungendone la minuziosa descrizione della natura intorno. Tra quella casa. Tra quegli ulivi. Davanti alla chiesetta nivea. L’autrice ci regala, con stile e scrittura nobile, personaggi che ci pare davvero di aver conosciuto e frequentato. L’attento tratteggiare la figura della donna di allora sempre un passo indietro, il rispetto della miseria di quei tempi raccontata con dignità senza indugiare in particolari che non sono finalizzati alla storia che per anni i minatori e le loro famiglie hanno provato a narrare restando inascoltati, fotografa in un flash tutto il borgo di San Severino rendendolo eterno oggi che non esiste più.

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