Don Mattia Melis, missionario nel cuore dell’Africa

Ottobre missionario. Intervista al sacerdote di Gonnesa, da due anni in Costa D’Avorio: l’annuncio del Vangelo con un sorriso sincero

di Valeria Carta

Lo scorso 18 ottobre ricorreva la Giornata Missionaria Mondiale che la Chiesa festeggia ogni anno con l’intento di ricordare a tutti l’importanza dell’evangelizzazione, da attuare non solo a stretto raggio, ma in tutto il mondo. “Eccomi, manda me. Tessitori di Fraternità”, è il tema di questa giornata annuale che specifica i compiti di ogni missionario e dunque di ogni cristiano.
La diocesi di Iglesias, impegnata su vari fronti di evangelizzazione, ha trovato tra i suoi sacerdoti chi, in maniera convinta, ha risposto a questa chiamata di donazione totale. Don Mattia Melis, nativo di Gonnesa, è stato ordinato sacerdote nel settembre del 2017, e vive da due anni in Costa D’Avorio, più precisamente a Yopougon, il comune più grande della capitale economica, Abidjan. Con grande disponibilità e nonostante la differenza di fuso orario, don Mattia ha scelto di condividere con noi la sua esperienza.

Come è nata la vocazione per la missione?
La vocazione c’è da sempre, perché è il piano che Dio ha per ciascuno di noi. Il problema è scoprire questo piano. Per questo mi è più facile dire come ho scoperto la mia vocazione, cioè attraverso la Comunità Missionaria di Villaregia della quale faccio parte da 13 anni. La vita di comunità, il lavoro fatto insieme per i più poveri e la testimonianza dei missionari mi hanno interrogato e attratto, tanto da indurmi a rivedere il mio progetto di vita e ad ascoltare i desideri più profondi che mi abitavano (e che mi abitano anche adesso!).

Quali erano questi “tuoi” progetti di vita?
Ho studiato fisica nucleare a Cagliari. Fino a 24 anni ero impegnato in questa attività di studio. Nell’ultimo anno, quello della tesi, ho incontrato i missionari che sono venuti a Gonnesa, per altro proprio a casa mia perché mia sorella li frequentava già da tempo. È stato questo incontro inizialmente a colpirmi e interrogarmi. Credo che dietro ogni vocazione ci sia un tessuto di relazioni, anche e soprattutto familiari, che portano la chiamata ad emergere. Io volevo fare il ricercatore, il professore, girare il mondo per conoscere e trasmettere le mie conoscenze. Alla fine il mondo lo giro comunque per trasmettere qualcosa agli altri. Semplicemente il Signore ha preso il mio desiderio e lo ha trasformato.

Cosa significa essere missionario?
Missionario significa mandato, inviato. Per me è essere il messaggero di Qualcuno. C’è un messaggio d’amore bellissimo, che ho ricevuto, che mi è stato confidato, e che ho il compito di comunicare a chiunque e ovunque, “se necessario anche con le parole”.

Cosa significa questo?
L’ultima frase è tra virgolette perché l’espressione è di San Francesco rivolta ai suoi frati. Come diceva lui, infatti, le parole non sono la prima cosa da usare nell’evangelizzazione, non sono la prima cosa che tocca l’uomo. La prima è la testimonianza, l’azione. È vero che dobbiamo parlare di Dio e non dobbiamo nascondere la fede, ma mettere l’accento troppo sulla comunicazione, rischia di monopolizzare le modalità di un annuncio che è tanto altro. L’evangelizzazione deve essere accompagnata da azioni di carità e aiuto per il prossimo.

Cosa ti spinge a fare questa scelta ogni giorno?
La relazione con Colui che mi ha inviato, con Dio. I buoni propositi e i sentimenti più nobili non possono tenere in piedi una scelta del genere. È solo la relazione quotidiana con Dio che può sostenere una scelta autenticamente cristiana.

Una domanda forse banale. Sei felice della scelta che hai fatto?
Strafelice! È un’esperienza ricchissima, che mi da la possibilità di guardare la vita da una prospettiva diversa. Non solo faccio tante esperienze a livello sacerdotale e umano che non avrei mai potuto fare prima, ma questa scelta mi da la possibilità di capire che la vita non va in un’unica direzione. E poi qui c’è veramente una gioia incredibile! Le persone affrontano la vita in maniera molto diversa. Vedere che rapporto hanno loro con la vita e soprattutto la morte ti fa capire che la vita è molto di più.

Di cosa ti occupi giornalmente?
L’occupazione quotidiana è quella di alimentare e far crescere la relazione con Dio. Questo è vissuto in tanti modi, dalla preghiera al lavoro comunitario, dalla messa ai dialoghi con le persone, dalle riunioni al servizio verso chi ha bisogno. Le nostre giornate sono assai movimentate e ricche di novità!

Hai dei collaboratori o sei solo?
Grazie a Dio faccio parte di una comunità di 4 preti, 7 missionarie e 6 giovani/e che sono ai primi anni di cammino. La nostra comunità è internazionale avendo delle sedi sparse in tre contenenti, ed è una congregazione mista di uomini e donne. I miei compagni di viaggio sono, come me, dei consacrati missionari che vengono dall’Africa, dall’Europa e dal Sud America.

Come recepiscono la vostra presenza le persone del luogo?
Sono molto grati per la nostra presenza qui. Ormai siamo quasi 30 anni in Costa d’Avorio per occuparci sia del servizio religioso che di attività volte alla promozione umana. Quando siamo arrivati non esisteva neanche la chiesa e c’erano pochi sacerdoti. Oggi, oltre alle opere ecclesiali, abbiamo anche una biblioteca, un dispensario medico, ci occupiamo di attività per la promozione della donna. Nel complesso la gente ci ama, ci sostiene e ci aiuta. Io per i miei parrocchiani sono “mon père” ma tutto il mondo è paese. Perciò ci possono essere anche delle persone a cui non piacciamo.

Cibo, case, abitudini di vita molto diverse da quelle italiane. È stato difficile adattarsi?
Francamente sì. Non mi aspettavo un salto, anche culturale, così grande. Aver vissuto con altri ivoriani o persone di altre nazionalità già prima della missione pensavo mi aiutasse. Anche dal punto di vista del cibo ero preparato perché in Italia alcuni piatti tipici si riescono a trovare. Ma arrivare qui è stata una bella batosta. Ho preso la malaria 10 giorni dopo il mio arrivo e successivamente ho incontrato altre difficoltà fisiche. Insomma, l’esperienza missionaria è iniziata proprio così (ride). Ormai sono abituato, ma non è stato facile.

Cosa ti ha colpito maggiormente?
La povertà, abituarsi a questo, a vedere delle persone sporche, mal ridotte che però ti tendono le braccia e tu non puoi tirarti indietro. Essere missionario significa anche superare i propri limiti grazie alla relazione con Dio che effettivamente fa la differenza. I missionari sono spesso mossi da un desiderio di fraternità, di giustizia sociale, di amore verso il prossimo. “Amare l’altro” è davvero un comandamento.

Come è cambiata la vita di missione con il covid?
All’inizio c’era tanta paura, le previsioni dell’OMS erano catastrofiche e le giuste restrizioni imposte del governo hanno ovviamente influito, come ovunque, sull’economia già piuttosto precaria! Adesso, qui dove mi trovo (nel villaggio di Kouté) si vive come se il covid non ci fosse. Non mi so spiegare il perché ma siamo stati risparmiati!

Non tutti possiamo lasciare il nostro paese di origine e andare in missione, ma tutti, nella Chiesa, siamo missionari. Come possiamo esserlo nella vita di tutti i giorni?
Hai detto bene, tutti siamo missionari, ma alcuni dedicano la loro vita a quello che chiamiamo Missione ad gentes ad extra (come me). Se essere missionari significa essere portatori di un messaggio allora ciascuno può (e deve) trovare la sua maniera di comunicarlo a chi gli sta intorno. Una testimonianza di vita coerente con il Vangelo è già qualcosa! La condivisione poi, è una pista accessibile a tutti, perché tutti abbiamo qualcosa da dare, fosse anche solo un sorriso o uno sguardo di autentica compassione. Non è un discorso banale o di circostanza, perché un sorriso sincero, come una vera compassione raggiunge il cuore dell’altro e lo arricchisce!

Parola d’ordine: andare verso l’altro?
È importante anche allargare i propri orizzonti e aprirsi alla novità della diversità. Al giorno d’oggi anche chi non viaggia fisicamente ha la possibilità di conoscere popoli e culture differenti (e non solo su internet!). Essere missionario è non avere paura di uscire da sé stesso per andare incontro all’altro.

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