Caritas. 22 anni di accoglienza nella Casa “Santo Stefano”

 

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Caritas. La testimonianza dei volontari e la storia della struttura diocesana per l’ospitalità temporanea, fuori dalle mura ai piedi del colle del Buon Cammino

A cura dell’equipe di gestione
Foto di Efisio Vacca

 Una data: 26 dicembre 1996, festa liturgica di santo Stefano, diacono e primo martire. Risale a quei giorni, con alcuni letti a castello e poche altre mobilie, la predisposizione di un appartamento di proprietà della Diocesi (in Iglesias, via Amelia Melis de Villa, 7) per l’ospitalità temporanea di quanti ne facevano richiesta. Da quella data si sono compiuti ormai 22 anni: nei giorni scorsi, con Operatori, Volontari ed Ospiti abbiamo solennizzato l’inizio del 23° anno!  Eppure – nessuno lo direbbe – molte persone ancora mostrano meraviglia quando sentono parlare di questa realtà. Così, in questo spazio del settimanale diocesano, vogliamo parlarne un po’: non per “suonare la tromba quando fai la carità”, come raccomanda Gesù (Mt 6,2), ma per farla conoscere per il bene.

Un’opera ecclesiale. È stata la Chiesa locale a volere quest’opera, affidandone la gestione alla Caritas diocesana. In continuità con il collaudato stile di azione della Caritas – “ascoltare, osservare, discernere per animare” – tra i bisogni del territorio a cui corrispondeva una scarsa se non totale assenza di risposte, era stata scelta un’opera sul bisogno sociale di accoglienza. Dal punto di vista economico, una realtà per intero portata avanti con i fondi provenienti dall’8‰, senza contributi di alcun genere da parte pubblica (se non qualche occasionale rimborso). L’ecclesialità connota tutta la conduzione della Casa. La connota nello spirito, che vuole essere il più possibile vicino al Vangelo; la connota nel ricercato rapporto con le realtà ecclesiali presenti in Diocesi: i Centri di ascolto, le parrocchie, le associazioni. È da queste ultime che provengono le richieste, come pure le persone che prestano il proprio servizio. Si cerca di portare avanti l’accoglienza in termini alternativi ai criteri economici imperanti propri delle imprese che operano nella società civile. Infatti, uno dei tratti principali dell’opera è il volontariato. Eppure la Casa è aperta in tutte le ore del giorno e in tutti i giorni dell’anno; anche nei giorni di festa, quando i servizi della pubblica amministrazione sono chiusi! A tutt’oggi è ancora così; il volontariato è una ricchezza impagabile. Molti volontari vengono da paesi diversi da Iglesias (Gonnesa, Villamassargia, Domusnovas, Fluminimaggiore, Portoscuso, Carbonia; e anche da fuori Diocesi: Siliqua e, nel passato, Vallermosa) e oltre al tempo ci rimettono letteralmente nelle spese di trasporto. La ricchezza sta nelle motivazioni e nello spirito con cui prestano il loro servizio, nella gratuità. La permanenza nel tempo e la continuità del servizio sono un “miracolo” consentito proprio dal piccolo contributo personale di tanti. Il “poco di molti” è preferibile al “molto di pochi”. Naturalmente, il volontariato ha i suoi limiti. Per avere la Casa sempre aperta, si deve necessariamente ricorrere a turni (quattro fasce orarie: due al mattino e due alla sera), turni che devono essere coperti da molte persone. I volontari sono più di 40; sembrano molti, ma periodicamente – specialmente nel periodo estivo e nei giorni delle grandi festività – ci troviamo in difficoltà a garantire l’apertura continuata. Per la notte, poi, è garantita la presenza di un custode. Un altro limite non da poco sta nel fatto che i volontari sono persone molto generose, ma per lo più senza alcuna specializzazione professionale. Con queste premesse si spiega anche il fatto che di norma si possono dare solamente ospitalità brevi. Per eventuali problematiche particolari degli ospiti ci si riferisce ai servizi territoriali.

Opportunità diversificate. Nel 2001 ci si è trasferiti alla sede attuale (via Tangheroni, n. 3). Essa si trova in una posizione ideale: ai piedi del colle del Buon Cammino, di fronte alle mura storiche della città; un luogo non disturbato dal traffico e tuttavia distante poche centinaia di metri dal centro storico. La proprietà, formalmente del Seminario, è da allora utilizzata dalla Chiesa locale per opere dedicate interamente alla carità e alla formazione. Accanto all’edificio destinato propriamente alla Casa di accoglienza si trova anche il Dormitorio e un ampio tratto di terreno. Nella parte che risale la collina sono piantati degli ulivi secolari, che in annate buone hanno anche prodotto decine di litri di olio; la parte più prossima alla strada è invece coltivabile ad orto. Questa ubicazione e ampiezza consentono oggi delle attività diversificate, impossibili nella sede iniziale. Ne elenchiamo qualcuna.

Persone affidate. Un’attività, che potremmo definire “quotidiana”, è la possibilità di accompagnare delle persone che, per diversi motivi e da diverse provenienze, vi si possono ritrovare per un periodo, più o meno prolungato, di sostegno in vista del miglioramento della propria persona. Negli anni sono ormai decine le persone che in forma di “affido” o di “messa in prova” o di fase intermedia dopo un periodo trascorso in comunità di recupero, hanno tratto giovamento da tale opportunità. A chiederne l’inserimento sono i Comuni, l’Amministrazione giudiziaria, le Comunità stesse. Anche questa è una forma di accoglienza; diremmo, anzi, di accoglienza qualificata. Se vogliamo, ancora un’accoglienza non “professionale” in senso stretto, ma assai proficua; non sono pochi, infatti, coloro che si rendono disponibili a continuare il volontariato anche dopo il periodo convenuto. Non si può non ringraziare chi segue questo specifico compito di accompagnamento.

Incontri formativi e di spiritualità. Pur non essendo possibile l’accoglienza residenziale di più giorni per numeri alti di presenze (la Casa può offrire ospitalità per una decina di persone), la struttura e il terreno circostante possono essere luogo favorevole per incontri di gruppi a carattere formativo. Oltre alla cappellina interna, vi sono alcuni ambienti coperti all’esterno e all’aperto, con tavoli per gruppi di lavoro. Negli anni, ad esempio, diverse sono state le parrocchie e i gruppi che ne hanno usufruito per persone adulte e per ragazzi. Segnaliamo con una certa enfasi questa possibilità alle parrocchie, invitandole a prendere in considerazione questa opportunità. Insieme alla formazione teorica, in questo luogo si può constatare di persona il valore dell’accoglienza e chi ne ha avuto l’opportunità può comprenderne la concreta importanza e tornando nella propria comunità la può proporre a tutti.

I giovani. Fin dagli inizi, decine di giovani sono passati nella Casa trovando occasione di crescita per il loro cammino di vita. Quelli che ne hanno tratto maggiori opportunità sono stati coloro che vi hanno trascorso periodi significativi; ci riferiamo in particolare agli obiettori di coscienza, quando il servizio militare era obbligatorio per i ragazzi, e successivamente ai giovani e alle ragazze in Servizio civile volontario. Tra gli ambiti per quest’ultimo, la Caritas ha sempre privilegiato il servizio alle persone. Ebbene, qui hanno potuto incontrare tanta umanità, tante persone nelle più diversificate forme di bisogno. È difficile che, dopo un anno trascorso nella Casa, dopo tanti incontri, i giovani non abbiano ricevuto una qualche impronta che li ha segnati. Altre presenze di giovani sono state due edizioni di campi di lavoro e formazione (erano stati denominati “Crescere facendo”): pochi giorni, una settimana, in cui alternare lavoro manuale e laboratori formativi. Pochi giorni, ma intensi. Per alcuni campi di lavoro negli anni passati sono venuti anche dei giovani provenienti da altre parti della Sardegna. Ecco una breve testimonianza dei giovani dell’ultimo turno in Servizio civile: “La prima cosa che ci viene in mente pensando a dove abbiamo trascorso quest’anno di servizio è che non sapevamo nemmeno della sua esistenza; ne avevamo sentito parlare vagamente e solo in occasione del servizio l’abbiamo conosciuta come realtà operante, avendola poi direttamente vista all’opera. Probabilmente bisognerebbe fare qualcosa di più per farla conoscere. In questo ambiente abbiamo avuto sicuramente un’occasione di crescita. Abbiamo veduto da vicino tanti carcerati in permesso-premio; abbiamo conosciuto non poche persone in condizione di disagio familiare e sociale; abbiamo potuto collaborare con i tanti volontari. Tutti abbiamo avuto modo di inserirci nella realtà della Casa in termini positivi, aiutati dai volontari che ci hanno accolto e “istruito”. È stato positivo incontrare tante persone, a cominciare dagli ospiti stessi. Sicuramente è stato un periodo per noi significativo, che lascerà traccia nella nostra vita. Pur con qualche inevitabile screzio, il clima che regna nella casa è quello di una famiglia. Ci riteniamo fortunati per aver fatto il nostro servizio qui, rispetto ad altri giovani che lo hanno svolto altrove. Come del resto abbiamo già fatto, ne parleremo senz’altro con altri giovani che incontreremo”.

La parola ai volontari. Tra i tanti, la testimonianza di due volontarie che vengono da Carbonia: “Contrariamente a tanti altri, ho saputo che c’era ad Iglesias una Casa di prima accoglienza e che si cercavano volontari da un articolo de L’Unione Sarda. Ne ho parlato con una mia amica e sono ormai otto anni che garantiamo la nostra presenza per una domenica al mese. L’ambiente è familiare e c’invoglia a fare bene il servizio. Crediamo che opere così, con questo spirito e partecipazione, siano provvidenziali per il nostro territorio. Magari se ne potesse fare una anche a Carbonia! Sono molto utili anche gli incontri formativi in cui abbiamo occasione di incontrare gli altri che come noi prestano servizio qui”. Alcune parole dell’attuale custode: “Svolgo il servizio di custode come volontario, insieme a tutte le altre persone che portano avanti la gestione della Casa. Il ruolo del volontariato qui è essenziale, indispensabile. Dal contatto quotidiano con gli altri volontari, credo che per tutti si tratti di un’importante occasione di crescita e di confronto: tutti abbiamo un “ritorno” dal servizio che prestiamo qui. Io personalmente l’ho potuto verificare per me proprio dal venire a contatto con le tante esperienze, anche dolorose, che sono uno spaccato della nostra società odierna. Il mio specifico servizio consiste nel garantire la presenza notturna e durante i momenti comuni dei pasti. Curo inoltre le registrazioni riguardanti gli Ospiti e la continuità di collegamento tra i volontari che si avvicendano nei loro turni. Mi è stato chiesto quale significato ha questa Casa per la comunità. Ebbene, ritengo che questa sia ormai una realtà consolidata nel Sulcis Iglesiente, territorio che sappiamo vivere una situazione economico-sociale piuttosto difficile. Persone e famiglie incontrano difficoltà di diversa natura, difficoltà incontrate da persone sole, da anziani, ma in misura crescente anche da giovani. La Casa poi assolve regolarmente la sua vocazione originaria: offrire la possibilità ai carcerati di usufruire dei giorni di permesso in un luogo riconosciuto affidabile dall’autorità giudiziaria. Insomma, un’opera importante e significativa”.

Alcuni numeri del 2019. La quotidianità impedisce forse ai volontari che fanno poche ore di turno alla settimana di rendersi conto dell’entità dei servizi che la loro opera contribuisce a produrre. Come ogni anno, nell’incontro di anniversario – quest’anno domenica 12 gennaio – sono stati riferiti i dati relativi all’anno appena concluso. Eccone qualcuno: nel 2019 sono state ospitate 107 persone (qualcuna anche più volte), di cui 93 stranieri e 14 italiani; come sappiamo, gli ospiti più frequenti sono i detenuti (98), ma sono state presenti anche persone la cui ospitalità è stata richiesta da Comuni o parrocchie o dai Centri di ascolto; sono stati preparati 4.454 pasti.

Come si giunge all’ospitalità. Talvolta si presentano delle persone senza nessun preavviso. Non si manda via nessuno, se il bisogno è reale. Tuttavia, la via ordinaria per chiedere l’ospitalità dovrebbe passare attraverso le parrocchie o i Centri di ascolto presenti nelle diverse zone della Diocesi. Altro discorso è quello civile, quando a chiedere sono le Amministrazioni comunali. La richiesta da parte delle parrocchie valorizza il loro ruolo e responsabilizza le comunità di provenienza. Così come dal territorio provengono le richieste di ospitalità, così è bene diffondere tra le persone la conoscenza della Casa, come anche promuovere la disponibilità delle persone per diventare volontari.

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