Mons. Baturi, uno sguardo sull’Isola

Difficoltà, fede, valori, l’impegno dei cattolici. In dialogo con mons. Giuseppe Baturi, da quindici mesi alla guida dell’arcidiocesi di Cagliari

di Mario Girau
foto di Giampaolo Atzei

Mons. Giuseppe Baturi da poco più di anno è alla guida dell’arcidiocesi di Cagliari, esattamente dal 5 gennaio 2020 quando è stato ordinato vescovo nella basilica cagliaritana di N. S. di Bonaria, prendendo al contempo possesso dell’arcidiocesi. 57 anni appena compiuti, catanese d’origine, in questi quindici mesi ha conosciuto la nostra Isola, la fede del popolo di Sardegna, le difficoltà e i valori di questa terra.
Il Papa parla di opzione preferenziale per i poveri. Non è una novità per la Chiesa. Papa Francesco chiede di agire in modo concreto, ancorato alla speranza, fondato nella fede. Non bastano solo i fatti? In Sardegna i poveri non chiedono altro.
La parabola del buon Samaritano insegna a dare una risposta alla necessità immediata degli uomini: pane per gli affamati, vestiti per i nudi, cure per i malati, ecc. L’esperienza prova però che nel bisogno immediato si esprime anche il bisogno fondamentale del cuore, l’esigenza dell’amore e dell’amicizia, di un senso positivo della vita e della salvezza. Tutti abbiamo bisogno di beni ma anche dell’attenzione del cuore. L’uomo di carità incontra gli uomini nel loro bisogno concreto e desidera che possano fare esperienza della misericordia definitiva, quella di Dio in Cristo, che suscita l’amore e apre l’animo all’altro.
Come si può attuare in Sardegna il principio della solidarietà che il Papa lega fortemente alla sussidiarietà?
Sono rimasto molto colpito dall’usanza sarda della “sa paradura” (“la riparazione”), che veniva praticata nei villaggi: quando un pastore perdeva le sue pecore, gli altri si univano e, regalando ciascuno una pecora al pastore colpito, consentivano che questi potesse ricominciare la sua attività. Questo esempio di solidarietà, ossia di vicendevole protezione, ha come riferimento la comune appartenenza ad una comunità. Ecco, la solidarietà corrisponde alla dimensione della appartenenza sociale, mentre la sussidiarietà risponde alla necessità di rendere le persone e le comunità protagoniste del proprio vita e del futuro. Per affermare la dignità della persona umana bisogna promuovere l’azione solidale della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, del volontariato, delle realtà territoriali, delle parrocchie, in breve di tutte le espressioni aggregative alle quali le persone danno spontaneamente vita o alle quali liberamente partecipano. Queste “reti comunitarie” sono state in prima linea per contrastare l’emergenza sanitaria e sociale, prestando aiuti di tipo alimentare, supporto psicologico, assistenza medico, sostegno educativo, e soprattutto mostrando una grande capacità di innovazione e di mobilitazione, organizzando la capacità e le risorse diffuse di solidarietà di cui il popolo sardo è capace. Le raccolte di risorse alimentari per i poveri, ad esempio, hanno avuto un grande successo. Eppure oggi si avverte la grande sofferenza di queste realtà, che sono finite in coda alla lista degli aiuti e che raramente vengono sentite. Serve una maggiore partecipazione, serve una larghezza di visione politica per favorire l’azione delle forme di istituzionali di solidarietà anche in termini economici, organizzativi e normativi.
La Chiesa sarda non ha ricette pratiche per risolvere i problemi sociali e del lavoro, ma è giustamente preoccupata per disoccupazione giovanile, dispersione scolastica, etc. La Chiesa non crea lavoro, ma come aiutare a formare una mentalità che apra le porte al lavoro?
La Chiesa non è chiamata a dare indicazioni socio-politiche specifiche, che è compito dei corpi politici e sociali elaborare e mettere in pratica. La Chiesa può e deve educare le persone, e soprattutto i giovani, ad assumere atteggiamenti di creatività e rischio, di tutela della dignità della persona e di responsabilità verso gli altri. Essa poi, alla luce del Vangelo, non smette di proporre alcuni principi sociali che sono possono aiutarci a preparare il futuro di cui abbiamo bisogno, anche giudicando e denunciando le ingiustizie presenti. Importante è poi accompagnare alcune iniziative di lavoro (nel campo del terzo settore o nell’ambito del progetto Policoro) che oltre ad aiutare i giovani possano attivare buone pratiche da mostrare a tutti. Non posso non citare l’attivazione del portale e-commerce etico http://www.terreritrovate.it, nato dalla collaborazione tra la Caritas diocesana di Cagliari – attraverso il suo braccio operativo l’impresa sociale Lavoro Insieme – e la Fondazione Carlo Enrico Giulini, mirante a valorizzare prodotti del territorio del Gerrei, di comunità isolate e spesso dimenticate.
Lei è da 15 mesi nell’Isola, si è guardato attorno e in campo sociale e lavorativo vede…?
Ammiro questa società ricca di cultura e tradizione, di bellezza e laboriosità, di capacità di sacrificio e solidarietà. Sento però al tempo stesso la debolezza strutturale di una economia che sconta tante difficoltà (di dimensioni, di innovazione, di sostegno), una debolezza che si combina con la crisi demografica e lo spopolamento dei territori più interni. L’attuale emergenza ha messo in rilievo e aggravato i problemi connessi alle disuguaglianze di opportunità e di beni, di accesso alla sanità, alla tecnologia, all’educazione. Penso ai giovani disoccupati e senza orientamento e alle fasce di popolazione costrette alla marginalità. Ho letto con preoccupazione una recente indagine circa un significativo, e per certi versi sconcertante, calo della fiducia dei sardi nei confronti degli altri. Senza fiducia reciproca non può esserci appartenenza comunitaria. Dobbiamo tornare a confrontarci per reimpostare la rotta della vita, interrogarsi sul valore della convivenza. Sono però pochi i segni di un dibattito serio e lungimirante. Tra questi, l’appello di un gruppo di cattolici sardi, “Non ci si salva da soli” e, più recentemente e organicamente, lo strumento di riflessione e proposte della Pastorale sociale e del lavoro di Cagliari (“La Chiesa di Cagliari tra crisi sociale e pandemia”), che intende proprio sollecitare questo confronto puntando l’attenzione su quattro “sporgenze”: la persona, la comunità, l’educazione e il lavoro. Occorre ricordare che la genesi di una società è l’amicizia (di amicizia sociale parla spesso il Papa), che si alimenta nell’incontro dell’altro e l’ascolto della sua esperienza e diviene cura vicendevole e ricerca del bene comune.
I cattolici, forse perché si sono ritirati volontariamente, forse per l’evoluzione o involuzione dei partiti, contano sempre meno in politica. La società sarda ha bisogno della loro presenza: nel politico o nel prepolitico? In quali forme?
Nell’uno e nell’altro. La politica deve essere a servizio dell’agire libero e responsabile della società civile, mentre l’impegno nella società non può non tendere ad una visione complessiva dello sviluppo. L’amore per l’uomo concreto non può non avere conseguenze sociali e politiche. Nella Fratelli tutti, il Papa parla di un amore sociale che deve tendere alla costruzione di un mondo nuovo, di una civiltà nella quale il povero non è solo assistito ma pienamente integrato. L’attuale crisi sta accelerando alcune trasformazioni che, in periodi normali, richiedono tempi lunghi per essere introdotte. Mi sembra di vedere alcuni punti nodali: l’equilibrio tra la sorveglianza pubblica dei comportamenti e la responsabilità dei cittadini, la chiusura nei propri confini nazionali o regionali e la solidarietà globale, il ruolo dello Stato in rapporto all’area del Terzo settore e della società civile organizzata e solidale, il modello di sviluppo economico in rapporto alle nuove povertà che stanno emergendo. Bisogna vigilare, per evitare che queste trasformazioni ipotechino lo sviluppo della nostra società senza il dibattito e la partecipazione che meritano. È il momento nel quale tutti i cattolici lavorino per costruire una società più degna dell’uomo, personalista e comunitaria, solidale e sussidiaria.

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