Pastori d’anime al servizio della Chiesa e della società

Nel libro sulla formazione e le radici della vocazione del card. Bassetti, il ritratto di tanti sacerdoti, infaticabili educatori popolari

di Tonino Cabizzosu

Dietro ogni vocazione c’è uno o più sacerdoti che ne hanno favorito la maturazione. “Se sono sacerdote, ha scritto il cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e Presidente della CEI, lo devo a due preti che ho incrociato nella mia vita”. Le radici della sua vocazione sono state analizzate in un recente volume di Quinto Cappelli, giornalista e storico, in cui, con accurate ricerche, vengono messi in evidenza l’influsso operato su di lui dal romagnolo don Pietro Poggiolini (1879-1959), pastore carismatico e uomo di cultura, che lo battezzò nel 1942 e dal toscano don Giovanni Cavini (1927-2009), che per tre anni gli ha fatto scuola in canonica, favorendo l’ingresso in Seminario. Il volume di Cappelli è interessante per diversi motivi: per la luce che getta sulla vita di Bassetti, sulle scuole popolari tenute da parroci in zone disagiate, che hanno permesso a migliaia di ragazzi di alfabetizzarsi e di conquistare un posto nella società, sull’azione del clero nell’Italia centrale in tempi di fascismo e di comunismo, sull’attività di promozione sociale svolta in tempi in cui lo Stato non brillava per presenza. Cappelli afferma: “Il libro è un omaggio ai sacerdoti che davano un libro in mano a noi giovani. E devo ai miei preti se io, e come me altri ragazzi di campagna, sono arrivato a frequentare l’Università Cattolica”. Il volume, dopo una Presentazione di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola, e una Prefazione dello stesso Bassetti, si divide in tre parti: la prima dedicata a Poggiolini, la seconda a Cavini, la terza ad alcune interviste. Pietro Poggiolini, crebbe alla scuola popolare di don Antonio Tabanelli a Tredozio (1888-1906) la quale anticipò di mezzo secolo quella di don Milani a Barbiana. Ordinato sacerdote nel 1905 per la diocesi di Modigliana (FC), in una Romagna anticlericale e massonica, fu priore di Popolano dal 1933 al 1959, antifascista e anticomunista, studioso e ricercatore, “padre di tanti preti di campagna e di montagna” (p. 195), oratore sacro ricercato, amico di don Mazzolari e di don Milani. Giovanni Cavini, ordinato nel 1951 per la diocesi di Firenze, fu parroco a Bruscoli: “Il migliore prete che abbia incontrato che in pochi anni formò una generazione di giovani” (p. 269). In questa sezione uno dei capitoli più interessanti è quello relativo all’insegnamento popolare promosso dai preti di campagna e montagna per istruire i contadini e poveri (pp. 325-328), in esso vengono ricordate le figure dei vari Tabanelli a Tredozio, Cavini a Fantino, Livi a Quadalto di Palazzuolo sul Senio (ammirato dal giovane don Milani), Pucci a San Donnino, Poggi a Meldola, Montagnani a Calbola di Rocca San Casciano, Tirabusi a Santa Maria in Castello, Piazza a Pereta di Tredozio, Frassineti a San Giovanni Battista di Berleta, Bernini a Mezzano Inferiore, Bedetti a Bologna. Questi sono solo alcuni dei nomi che, fra la Toscana e la Romagna, furono predecessori di don Lorenzo Milani e della sua famosa “Scuola di Barbiana”. Moltissimi “altri”, sparsi in tutt’Italia, hanno formato nelle case canoniche generazioni di giovani. “Il parroco aveva aperto la canonica a noi ragazzi poveri per strapparci dalla miseria culturale e farci accedere al sapere. Insegnava quello che sapeva. Era il metodo che definirei induttivo. Era un bravissimo maestro in italiano, latino e francese. M’incantava quando leggeva i Promessi sposi. Le materie scientifiche e matematica venivano un po’ trascurate. Ma soprattutto insegnava con passione e amore”. Il volume costituisce un omaggio ai “tanti sacerdoti che si sono chinati sull’umiltà della terra per redimere e nobilitare quelli che la coltivavano riscattandoli attraverso il vangelo, la scuola, i libri”. La pubblicazione, grazie all’agile penna del giornalista Cappelli, storico collaboratore di Avvenire, poggia su solide ricerche in archivi parrocchiali, comunali e vescovili, si legge con gusto ed interesse per la ricchezza di figure che presenta e costituisce un’intelligente apologia del ruolo svolto dal clero italiano in tempi difficili e luoghi disagiati, unicamente protesi al servizio spirituale, culturale e sociale. Offre, dunque, uno spaccato di Chiesa italiana in cui si alternano e si intrecciano le dimensioni antropologica, spirituale, culturale, sociale. Il libro di Castelli offre allo storico della Chiesa molte suggestioni e spunti di riflessione: basterebbe pensare al contributo offerto dal clero alla resistenza e alla liberazione dal fascismo descritto nelle pp. 144-147 con il ricordo degli eccidi dei nazifascisti in Appennino e il nome dei tanti sacerdoti caduti per proteggere la popolazione. Altri aspetti riguardano la posizione di don Poggiolini e della Chiesa nei riguardi del fascismo e del comunismo (pp. 149-164, con commento al “discorso dei dieci punti”). Il caledeoscopio di figure sacerdotali presentato da Cappelli è assai vasto: essi incarnavano la fraternità e la paternità in tempi difficili ed educavano non solo alla diffusione della cultura ma anche ai più genuini valori civici; erano pastori che non avevano scelto il sacerdozio per avere privilegi o vita comoda ma per servire; erano educatori che formavano laici maturi; stavano sempre in mezzo alla gente e ne coglievano i problemi quotidiani; don Pietro e don Giovanni sono soltanto due esemplari di una catena interminabile di pastori d’anime che lungo il Novecento hanno dato il meglio di se stessi per servire, educare, amare la Chiesa e la società, in spirito di solidarietà.
Quinto Cappelli, Le radici di una vocazione. I primi maestri del cardinal Bassetti don Pietro Poggiolini e don Giovanni Cavini, Cinisello Balsamo (MI) 2021

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