
In morte di Gigi Riva. Il segno impresso dall’uomo oltre il campo di calcio, lunedì 22 gennaio 2024 l’improvvisa scomparsa
di Giampaolo Atzei
Nella Marina di Cagliari, il quartiere del porto, pochi passi dietro la scatola di cemento del Consiglio regionale c’è una piccola trattoria, la Stella Marina di Montecristo. Ricordo una porta legnosa, legno di barca mangiato dal sale. Ci sono stato due volte, la terza non ho trovato posto. Le due volte che mi sono accomodato a tavola, un posto dove mangi pesce vero, la sua sedia era vuota ma attorno tutto parlava di lui. Le foto alle pareti, i ritagli di giornali, qualsiasi colore vedessi, pure nella luce tenue che ci avvolgeva, era rossoblù indelebile. Ora quella sedia rimarrà per sempre vuota, Gigi Riva non c’è più, la sua vita si è spenta un lunedì di gennaio.
Mi fido dei cagliaritani genuini che mi ci avevano condotto. Raccontano che sia stato il suo rifugio, quell’angolo di taverna. Ne ricorderò la sedia vuota, riservata comunque, ora adorna di un mazzo di rose rosse.
Non l’ho mai visto giocare, ha appeso le scarpette che ero meno di un bambino però l’eco delle sue gesta ha costruito l’epica della nostra infanzia sportiva. Si è detto tanto di lui, meglio hanno scritto e parlato quelli che lo hanno conosciuto, che lo hanno amato, che pure l’hanno invidiato. Perché Gigi Riva, insieme a una squadra intera di campioni e gregari, ha fatto la storia. Lo scudetto del 1970 rimane il marchio nella leggenda, conquistato dal Cagliari nel pieno delle trasformazioni industriali, antropologiche, che hanno investito la Sardegna che stava sostituendo i gambali con la tuta blu dell’operaio. La potenza del suo sinistro ha impresso il segno sulla nazionale di calcio, i mondiali messicani del ‘70, con il 4-3 alla Germania nel catino dell’Azteca, si fondono nel mito dei campioni d’Italia con i quattro mori sulla maglia. Allora si celebrò il riscatto di un’isola grazie al pallone, lo ripetiamo di continuo, con tanta retorica, fiorire di luoghi comuni, ma di certo con un fondo di verità, i titoli erano per la Sardegna non solo per la cronaca nera. Una gioia per quanti vivevano nell’Isola, iniezione d’orgoglio per le migliaia di emigrati.
Lo chiamavano Rombo di tuono, felice intuizione di Gianni Brera sul Guerin sportivo, giornalismo e poesia quando la Gazzetta del lunedì vendeva dieci volte le copie d’oggi. Un altro mondo, un’altra epoca ma non c’è nostalgia, non c’è proprio confronto. Tuttavia, nella vita fuori dal campo – e ciò lo ha reso così sardo per quanto lombardo di nascita – Riva non aveva la prepotenza del tuono e la superbia della fiamma che lo accompagnava nelle cronache sportive. Con quella faccia quadrata pronta per un western, folgore negli occhi, sigaretta di traverso, poche parole e un calcio dritto e implacabile, come Tex lesto alla fondina non sbagliava un colpo poi però fuori dal campo lo perdevi, saltava ogni marcatura. Si mischiava nella folla, non lo vedevi più. Come quando venne in visita in miniera a Iglesias, fresco campione d’Italia. C’è una foto che racconta tutto: tanta gente che sgomita, tutti attorno all’idolo, sorrisi per comprarsi la scena e Riva quasi sommerso, scompare fino al punto di non vedersi, forse per nascondersi, scusate il disturbo.
Ha rifiutato la ribalta della Juventus, i soldi di Agnelli, le seduzioni milanesi, preferendo rimanere in Sardegna. Una scelta di bandiera si ama ripetere, la nostra Isola l’ha conquistato, scelte che hanno fatto anche altri in seguito e che in Riva hanno trovato l’esempio più bello da seguire e raccontare, il modello cui ispirarsi, il numero 11 da cui partire. E non solo scelte sportive, difficili e dettate dai sentimenti, ha fatto Riva. Ma qui siamo a parlare dell’uomo di foot-ball. Chi ha respirato l’odore di canfora negli spogliatoi, racconta che Riva ha fatto una romantica scelta di vita ma anche una consapevole valutazione sportiva sul suo avvenire, umile ma comunque un leader, goleador affamato, uomo discreto e in fuga dai riflettori: le grandi squadre triturano campioni, gli spogliatoi del Continente sono gabbie dorate, rubano all’anima più di quello che danno, Cagliari era l’isola del tesoro da tenersi stretta bene, tutta per lui, lui per tutti, la palla in mezzo all’area era la sua, la firma sulla vittoria si leggeva tutto d’un fiato: giggirriva. I grandi campioni sanno di esserlo ma non te lo fanno pesare, il loro talento non ha bisogno di essere ricordato, brilla di suo.
Pare banale pure scriverlo, ci sono cose più importanti che il semplice appagamento economico e la gloria effimera di un gol. Eppure è così. Se dall’esperienza umana di Riva possiamo trarre un messaggio, questo lascito rimane specialmente per quanti vorrebbero calcare le sue orme. Non stiamo a sottolineare come nei giorni in cui è morto la finale della Supercoppa italiana si sia giocata in Arabia, ulteriore e svilente segno della deriva mercantile del calcio italiano. Eppure è così. Di Riva si conserva l’emozione della dignità, la forza di saper rifiutare, di saper scegliere. Di saper vincere e anche di saper perdere, come ha perso lui, perdente di classe, sconfitto dal Brasile di Pelè nella finale della Coppa Rimet, secondo dopo Rivera o terzo dopo Gerd Müller e Bobby Moore nel Pallone d’oro, il suo Cagliari fuori dalla Coppa dei Campioni, il campo lasciato in lacrime dopo l’infortunio al Prater, ossa rotte come legna secca. E poi il disagio ultimo, il male della depressione non nascosto, con dignità, era pur sempre un essere umano.
Mi hanno raccontato che quando Ricciotti Greatti aprì una piccola compagnia di assicurazioni, la gente veniva da tutta la Sardegna a Cagliari per avere la polizza firmata dal centrocampista rossoblù. Fiutato l’affare, una grossa compagnia nazionale propose a Riva di aprire un’agenzia a Cagliari. La risposta fu ovviamente negativa. Non c’è da spiegare il perché. Questo era Riva Luigi da Leggiuno (1944-2024), ecco perché nessuno lo ha dimenticato, l’uomo, che giocava a calcio.



